A proposito dell’abitare e del costruire: cosa fa di uno spazio un luogo?

Tra un direct message su Instagram e una call su Zoom, le piazze virtuali sono diventate spazi dove ci incontriamo ogni giorno. Il disastroso anno che ci lasciamo (si spera) alle spalle ha palesato l’essenzialità di questi mezzi all’interno di un mondo intrinsecamente fragile ed in continua evoluzione.

Abbiamo sfruttato (e sfruttiamo) molto queste aree virtuali per placare la nostra sete di socialità, ma possiamo dire di averle realmente vissute, abitate? Secondo Heidegger, l’uomo abita quando riesce ad orientarsi ed identificarsi in un ambiente: è possibile creare questo tipo di relazione con uno spazio virtuale?

 

Nel corso di una ricerca di qualche anno fa sui meccanismi cerebrali che presiedono all’orientamento, alcuni scienziati della University of California hanno scoperto che l’essere umano reagisce in modo differente allo spazio virtuale da quello reale. Il nostro cervello, infatti, costruisce delle “mappe spaziali” utilizzando punti di riferimento visivi e non, quali oggetti, suoni, odori, sensazioni, ed è proprio grazie a queste che riusciamo ad orientarci negli spazi fisici. All’interno dello spazio virtuale, venendo a mancare la componente sensibile (lo ripetiamo: suoni, odori, sensazioni), questa costruzione non avviene, dunque non c’è orientamento.

 

Ma oltre all’orientamento, la cui mancanza non osta dal continuare ad entrare in questi spazi virtuali, è la componente dell’identificazione il vero demarcatore tra spazio fisico e spazio virtuale. Ci si può identificare in un luogo virtuale, e quindi abitarvi?

 

È di nuovo Heidegger a darci una possibile risposta. Nel pensiero heideggeriano, lo spazio non è (solo) una misurazione matematica di distanze e grandezze, ma anzi è così dipendente dal soggetto da non poter essere oggettivato. Lo spazio è legato all’essere dell’uomo, non solo come presenza all’interno di un’estensione spaziale, ma come “essere esistenziale”, cioè come “abitare presso, “aver familiarità con”: “Lespressione sono” è connessa a presso”. Io sono” significa, di nuovo: abito, soggiorno presso…il mondo come qualcosa che mi è familiare in questo o quel modo” (M. Heidegger, Essere e Tempo).

Secondo Heidegger, è proprio l’abitare che rende un mero “spazio” un vero e proprio “luogo”.  Sembrano sinonimi, lo sappiamo, eppure la differenza tra questi termini ci fa capire da una parte che non è possibile abitare uno spazio virtuale, e dall’altra quanto sia essenziale e connaturato il legame tra essere umano e luoghi fisici.

 

Cosa si intende per abitare? Il filosofo lega il concetto di “abitare” con quello di “costruire”: l’uomo abita i luoghi quando costruisce. Non si tratta di un mero costruire “materiale”, ma di un costruire inteso come prendersi cura dello spazio stesso. Aver cura non significa altro che proteggere ciò che ci è familiare, difenderlo e prenderlo a cuore. È chiaro come queste azioni positive richiedano una certa fisicità, totalmente assente nelle piazze virtuali a cui ormai ci siamo tanto abituati. Oltre a controllare la qualità della connessione ed invitare i partecipanti, non ci si può prendere cura di una riunione su Zoom.

 

Il primo luogo che ci viene in mente quando parliamo di “abitare” è la nostra stessa casa: tutti noi ce ne prendiamo cura, e quindi la abitiamo, arredandola, difendendola da estranei, mantenendola pulita ed ordinata, invitando i nostri amici, vivendola. L’esempio della casa è quello più immediato, ma questo non esclude che si possa avere cura di spazi, e quindi luoghi, diversi.

L’abbiamo già detto, forse è vero, ma è importante capire che è solo avendone cura che lo spazio diventa luogo. E quando questo accade, il luogo si lega indissolubilmente al soggetto, ponendo le basi per la nascita del senso di appartenenza.

Quando questo meccanismo coinvolge più persone con riferimento al medesimo luogo, inoltre, si assiste alla partecipazione, intesa come una contribuzione continua ed attiva al benessere del luogo e non come un “prendere parte” passivo.

Pensandoci bene, tutto ciò attiene anche al livello materiale di un luogo, poiché  tante volte l’intervento spontaneo di comunità riesce a colmare mancanze istituzionali sul piano della sua manutenzione e conservazione. Gli esempi di queste iniziative sono molteplici: cittadini che ripuliscono le spiagge delle proprie città, progetti di rivitalizzazione degli spazi verdi urbani, progetti educativi nelle scuole e via dicendo.

Dopo il confinamento, l’immobilità, possiamo tornare a camminare, esplorare, abitare i nostri spazi. Nel farlo però, riempiamo il nostro zaino di attenzione e cura, riguardo e rispetto. Un bagaglio che non è così difficile da trasportare, soprattutto se lo si fa insieme.

L’impegno collettivo, la partecipazione, il legame che si crea tra coloro che hanno deciso di prendersene cura e di viverlo, caricano il luogo di significati rendendolo realmente “civico”. Un luogo così connotato, grazie alle azioni che avvengono al suo interno e che a questo sono intrinsecamente legate, diventa testimonianza di un senso civico che ispira e coinvolge anche chi non vi è impegnato in prima persona.

È proprio qui che risiede la straordinaria potenza dell’iniziativa collettiva: avendo cura di un luogo lo abitiamo, lo viviamo, e quando lo facciamo insieme ad altri siamo di esempio e di ispirazione verso iniziative del medesimo tipo.

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