5/07/19

Abbattiamo i muri della generosità e mettiamo in rete il bene

di Ferruccio de Bortoli

Tantissime realtà non profit che operano in comunità piccole spesso faticano a vedere nello Stato qualcosa di utile. Ma, esattamente come nel profit, mettere in rete il bene significa aumentarne la forza, per una crescita senza limiti.

Ne parla Ferruccio de Bortoli, presidente dell’Associazione Vidas, nella Column di CIVIC | Una filantropia popolare


Non c’è comunità che non sia orgogliosa delle proprie associazioni. Numerose anche in piccole località, le più sperdute. Ma non vi è, salvo rarissimi casi, la consapevolezza di quanto sarebbe alto il moltiplicatore del bene se si facessero più sinergie e se ci si muovesse con programmi ambiziosi a livello nazionale.

Forse perché il mettersi insieme, a qualsiasi latitudine, esprime una sensibilità civica, il segno di un’appartenenza, che non raramente è alternativa al servizio pubblico, all’opera dello Stato. E, pur nella ricchezza d’animo di chi la promuove, racchiude in sé una forma di sfiducia nell’intervento centrale e regionale, specie in materia sanitaria, in particolare al Sud, che tracima in secolare acrimonia con radici persino preunitarie. Quasi fosse lo Stato un nemico, un invasore. È sicuramente burocratico, a volte inefficiente. Ma è pur sempre il nostro Stato per il quale paghiamo imposte e tasse che finanziano sanità, sicurezza, scuole, trasporti, ecc.

Il volontariato può essere, e deve essere, una forza sociale ed economica che integra – nell’applicazione del principio di sussidiarietà – l’attività dell’amministrazione pubblica. Esalta l’autonomia. Non solo, oggi fa qualcosa di più. È avanti nella frontiera dell’innovazione. Anticipa le tendenze dell’economia, specie quella digitale che si basa appunto sulla condivisione di beni e servizi. E, dunque, sfrutta una socialità che le diverse attività di volontariato ovviamente promuovono e fertilizzano ogni giorno. Ma sarebbe assai negativo per il Paese nel suo complesso se il Terzo settore coltivasse, pur nell’apprezzabile intento di assistere chi ha bisogno, di integrare o sostituire il servizio pubblico, un sentimento antistatale. Una sfiducia di fondo nella possibilità che lo spirito locale o delle organizzazioni di volontariato diffuse a livello nazionale potesse allargarsi a un grande progetto collettivo. Se così fosse verrebbe meno alle sue finalità ma soprattutto getterebbe al vento una parte del proprio dividendo di solidarietà. Questo è il punto.

Il bene che si produce a livello locale o settoriale ha una potenzialità nazionale che non si può ignorare. Non è qualcosa che si esaurisce nei confini prescelti. Genera curiosità, ammirazione, processi di imitazione molto oltre il perimetro di un’attività. Entra a far parte del dibattito nazionale, crea una virtuosa competizione solidale.
Rinchiudersi nella propria piccola o grande realtà soddisfa l’autostima dei fondatori e degli amministratori, rafforza persino l’immagine dell’istituzione (“Siamo bravi nonostante tutto”, “Riusciamo a farlo solo qui”) ma spreca una grande occasione. Nella realtà profit, i progetti migliori sono quelli cosiddetti scalabili, ovvero che possono crescere senza limiti. E realizzare dunque economie di scala, che riducendo i costi allargano, l’offerta e la sua qualità. Perché questo non deve accadere anche nel non profit? La finalità di Fondazione Italia Sociale, la cui costituzione è stata prevista dalla legge sul Terzo settore, va in questa direzione.

Pensate soltanto a quanta importanza avrebbe per la crescita, non solo economica ma soprattutto morale del Paese, se si varasse un grande programma di recupero dei ragazzi che non lavorano e non studiano oppure se si lanciasse un ambizioso progetto di pulizia straordinaria e messa in sicurezza del territorio. Ma per farlo occorre una nuova sensibilità che si traduce in un semplice slogan: “Hanno bisogno di noi, del nostro impegno, della nostra opera sociale anche là dove non ci siamo ma dovremmo esserci”.

Non solo. Si esplica anche in un diverso impegno sulla trasparenza e sulla rendicontazione delle attività. Le sinergie sono necessarie per rendere possibile “la scalabilità” dei progetti ma ancora di più lo è la trasparenza delle gestioni. Un donatore ha più diritti (morali) di un azionista di un’azienda profit. L’azionista mette in conto che il suo investimento abbia qualche probabilità di andare male. Il donatore no. Vuole la sicurezza che il suo gesto produrrà il maggior bene possibile.

Nessuno spreco è perdonabile. Nel Terzo settore lo è ancora di meno. Perché lo spreco è il bene negato a chi ne ha bisogno. E spesso non può aspettare.