Economia sociale: dare un nome alle realtà che mettono al centro le persone

La definizione di economia sociale è solo una delle più recenti nell’ambito di un percorso culturale ed economico che ha dato vita al non profit e che ha ancora molto da dare.


La diffusione e la crescita  in tutti i paesi – inclusi quelli che ne erano originariamente poco dotati – del numero, della rilevanza economica e sociale e delle tipologie organizzative oltre che delle forme giuridiche che hanno caratterizzato a partire dagli ultimi due decenni del secolo scorso l’insieme delle organizzazioni, produttive e non, che si collocano tra il settore pubblico (di cui condividono gli obiettivi) e quello privato a scopo di lucro, ha reso progressivamente più sentita la necessità di trovare un concetto o una definizione in grado di dare all’insieme un’identità riconoscibile.

Finché numerosità e ruolo di queste organizzazioni sono rimasti contenuti hanno prevalso termini come “organizzazioni non governative” (usato ancora, ma per riferirsi a un sottogruppo limitato di organizzazioni).

Verso la fine degli anni ’80 del secolo scorso,  sotto l’influenza degli studi promossi dalle grandi fondazioni statunitensi e dalla comune caratteristica del vincolo alla distribuzione di utili  (il non profit distribution constraint) è venuto via via imponendosi, anche nella letteratura e nel dibattito europei, il concetto di “settore non-profit” (Non-profit Sector).

L’approccio anglosassone finiva però per tracciare confini del settore troppo stretti rispetto a quelli utili per interpretare l’esperienza e la realtà europea dove non solo il fenomeno delle fondazioni era quasi inesistente – con la sola eccezione della Germania, ma dove soprattutto gran parte delle attività normalmente gestite negli USA da fondazioni era garantito da cooperative, associazioni e mutue.

In un primo momento si è cercato di avvicinare culture e definizioni utilizzando il concetto di Terzo Sistema prima e di Terzo Settore poi, per dare il senso della “terzietà” di queste organizzazioni rispetto a Stato e soprattutto mercato. Quest’ultimo concetto si è poi consolidato ed è stato di recente utilizzato dal legislatore italiano per aggregare e regolamentare in modo omogeneo le varie organizzazioni che, senza fini di profitto, “perseguono l’interesse generale”.

Un concetto e, nel caso italiano anche una normativa, che non includono però il vasto universo delle imprese cooperative, nonostante nella cultura europea ad esse sia attribuita anche una funzione sociale.

Per ovviare a questa esclusione si è progressivamente, anche grazie alla Commissione Europea un nuovo concetto, di tradizione francofona: quello di “economia sociale”. Secondo l’approccio culturale sottostante ciò che distingue le organizzazioni dell’economia sociale è soprattutto la preminenza delle persone sul capitale e la governance democratica e non affidata a dei trustee, il che a sua volta presuppone che i beneficiari siano in genere anche i proprietari dell’organizzazione.

Caratteristiche che inizialmente escludevano le fondazioni, ma che includevano il vasto universo delle cooperative e delle mutue che erano invece state esplicitamente escluse dall’indagine di Salamon (con la sola eccezione delle cooperative sociali italiane).

Con il progressivo rafforzarsi anche in Europa – Francia e Italia comprese – delle fondazioni è stato facile includere anche queste tra le organizzazioni dell’economia sociale, mentre il concetto di Terzo settore ha finito per sostituire in buona parte quello di settore non-profit che è rimasto sostanzialmente immutato e ha perso progressivamente di interesse al di fuori degli Stati Uniti.

Anche il concetto di economia sociale non ha tuttavia mantenuto esclusivamente il suo significato tradizionale. E ciò a seguito sia della messa in discussione dell’effettivo perseguimento da parte delle cooperative tradizionali – spesso di grandi dimensioni – di finalità effettivamente di interesse collettivo (e non del solo interesse economico dei soci), sia del crescente interesse di studiosi e policy maker per il consolidarsi di forme imprenditoriali, cooperative ma non solo e comunque non a carattere mutualistico, con un esplicito orientamento sociale.

Per sottolineare questa dinamica in senso più solidaristico e politico delle nuove forme di organizzazione sociale e imprenditoriale al concetto di economia sociale si è affiancato quello di “economia sociale e solidale”: anche se esso non esclude esplicitamente dal settore le cooperative a carattere strettamente mutualistico, include però oltre alle fondazioni tutta una serie iniziative private, imprenditoriali e non, formali e informali, finalizzate a risollevare economicamente gruppi sociali o comunità svantaggiate o più semplicemente attente all’ambiente, alle produzioni biologiche, all’economia circolare e al recupero di attività economiche tradizionali.

Con questa evoluzione concettuale si riescono a cogliere alcune dinamiche innovative, ma si perde la certezza dei confini del settore: non è infatti chiaro quanto debbano essere sociali o solidali le iniziative private diverse da associazioni, mutue, cooperative, e imprese sociali.

Lo sforzo di “dare un nome” riconoscibile al crescente consolidarsi di un modo nuovo di organizzare l’economia e l’attività imprenditoriale ha fatto gradi passi avanti, ma non è ancora arrivato a conclusione.

Culture e norme si sono avvicinate, anche se i concetti utilizzati sia nel dibattito pubblico che per dai legislatori continuano a presentare ampiezze diverse. Anche perché il settore ricomprende cluster di iniziative diversi per dimensione e rilevanza, ma soprattutto per orientamento: mutualistico piuttosto che solidaristico, imprenditoriale piuttosto che di advocacy.

Non c’è tuttavia fretta di convergere, a condizione che si ponga attenzione: a non confondere l’economia sociale che rappresenta un insieme articolato di organizzazioni con l’”economia sociale di mercato “ che definisce un modello economico basato sui due pilastri del mercato e dello Stato e che dell’economia sociale non se ne fa nulla.

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