23/06/20

Filantropia e democrazia secondo Tocqueville

Intervista a Umberto Coldagelli

La filantropia può rappresentare qualcosa di estraneo al sistema democratico? Il filosofo francese Alexis Henri Charles de Clérel de Tocqueville, vissuto subito dopo la Rivoluzione francese, si scaglia contro la filantropia continentale, alto-borghese e benevolente.

La democrazia, espressione più compiuta dell’associazionismo, ha bisogno di filantropi? Per rispondere a questa domanda bisogna tornare indietro nel tempo, alle radici della sociologia. E interpellare i grandi teorici del sistema democratico, come Alexis Henri Charles de Clérel de Tocqueville. «È in reazione a un’idea non approfondita dell’associazionismo che Tocqueville detestava quelli che chiamava filantropi» spiega Umberto Coldagelli, autore del saggio Vita di Tocqueville (1805-1859). La democrazia tra storia e politica (Donzelli Editore). «Per quel tanto che si è occupato di filantropia lo ha fatto con giudizi molto severi – chiarisce lo studioso –. Tocqueville non era un filantropo, anzi riteneva che la filantropia fosse una forma di “falso apprezzamento” della società contemporanea».

Figlio di una famiglia di antica nobiltà ormai quasi decaduta, Tocqueville è vissuto subito dopo la Rivoluzione francese. Il suo rapporto con la filantropia si inserisce, quindi, in questo tempo e in questa particolare congiuntura del pensiero filosofico, spiega Coldagelli: «Era nato nel pieno dell’impero napoleonico, in un’atmosfera in cui la rivoluzione costituiva l’aurora di un tempo nuovo, qualcosa che doveva sostituire la società aristocratica da cui veniva». Da qui l’attrazione per il sistema democratico. «La democrazia era una forma di convivenza politica che si distingueva totalmente dall’aristocrazia, quindi dall’ambiente in cui si era formato». Un interesse che lo porta in viaggio in America dal 1831 al 1832. Il Ministero degli interni gli affidò l’incarico di studiare l’organizzazione penitenziaria nordamericana negli USA e in Canada. «Riesce a partire con un incarico ufficiale, ma con l’intenzione più intima di capire cos’è la democrazia». Dopo due anni di lavoro pubblicò l’opera De la démocratie en Amérique, che riscosse un grande successo e fu premiata dalla Académie française nel 1836.

La democrazia è associazionismo. La filantropia, invece, per Tocqueville poteva rappresentare qualcosa di estraneo al sistema democratico. «Per il filosofo, non era una manifestazione necessaria, ma un atteggiamento di persone agiate che a tempo perso si occupavano della povera gente, per salvarsi l’anima», spiega Coldagelli, che sottolinea invece il profondo legame tra associazionismo e governo democratico: «Un governo di popolo deve interessarsi dei legami sociali che formano il popolo, per dare loro la possibilità di governare sé stessi. Il governo non si basa su un diritto di nascita, ma individuale che va esteso a tutti gli individui, che da sudditi venivano riscattati diventando cittadini, cioè portatori di diritti politici». Il vero tema dell’opera di Tocqueville è il destino della società americana. L’America era per lui un laboratorio di sperimentazione e astrazione, una lente attraverso cui guardare la società francese e proiettarla in un nuovo futuro. «La scienza sociale, la storiografia, l’arte e soprattutto la letteratura di quegli anni, nel loro complesso, mostravano la società francese afflitta da enormi disuguaglianze», scrive nel suo saggio Coldagelli.

Il pensiero del filosofo francese compie così un salto storico, come ha sottolineato lo studioso Raymond Aron: «Tocqueville ha per così dire saltato sopra il secolo delle lotte di classe tra proletari e industriali, sopra la proletarizzazione di antiche classi medie, sopra l’impoverimento delle masse operaie perché già vedeva una società di piccoli borghesi, preoccupati dei loro piccoli affari e indifferenti verso i loro simili e i grandi affari». Quelli che Aron chiama piccoli borghesi, però, sottolinea nel suo libro Coldagelli, erano «esemplari d’una nuova specie umana».

Il filosofo francese teorizza l’avvento dell’homo democraticus, per il quale «l’eguaglianza non si identificava tanto in un livellamento di patrimoni e di redditi, quanto in un comune sentire, in una mentalità collettiva». Dice Tocqueville nel capitolo dedicato al nuovo rapporto tra servo e padrone nella società democratica: «Invano la ricchezza e la povertà, il comando e l’obbedienza mettono accidentalmente grandi distanze tra due uomini; l’opinione pubblica, che si fonda sull’andamento ordinario delle cose, li riporta al comune livello e crea tra loro una sorta di eguaglianza immaginaria a dispetto della disuguaglianza reale delle loro condizioni».

«In fondo era proprio questa égalité imaginaire – scrive Coldagelli – più reale delle reali disuguaglianze, che caratterizzava per Tocqueville la modernità rispetto all’antichità, cioè la maturazione di quella civiltà originata dalla discontinuità storica provocata dalle invasioni barbariche e dall’affermazione del cristianesimo. Ed era attraverso questo comune sentire che i rapporti umani avevano recuperato una loro primigenia naturalezza, quella che egli chiama la douceur dei costumi democratici, la reciproca pietà tra semblables, insomma la filantropia moderna». La filantropia contro cui si scaglia Tocqueville è quindi quella continentale, alto-borghese e benevolente.