7/01/19

Il futuro è “nell’interesse” di tutti: associazionismo e filantropia per Tocqueville

Il futuro delle istituzioni politiche? È nell’interesse collettivo. Era il XIX secolo e lo studioso francese Alexis De Tocqueville riscopriva il legame positivo tra “interesse” e “miglioramento collettivo”.  Un punto di vista sempre attuale, riproposto da Oliver Zunz nel saggio Alexis De Tocqueville on Associationism and philantropy, pubblicato il 13 luglio 2015 su HistPhil.


Chi studia la società civile americana si trova spesso a citare l’autorevole trattato in due volumi di Tocqueville, La Democrazia in America (1835, 1840). Questo perché secondo Tocqueville “l’arte di associarsi” volontariamente è “la scienza madre” della democrazia. Tocqueville spiega che «gli americani di ogni età, di ogni condizione, di ogni tendenza» hanno imparato a difendersi dai pericoli della democrazia – l’eccessivo individualismo, la tirannia della maggioranza e gli effetti opprimenti del centralismo amministrativo – semplicemente perché «si uniscono continuamente» (De Tocqueville, A. 1835-1840, La Democrazia in America, a cura di Giorgio Candeloro, Bur, 2012). Ma dovremmo guardare a Tocqueville non solo per la sua teoria sull’ “arte di associarsi”, ma per il suo pensiero sull’arte di dare e il ruolo della filantropia in America.

Tocqueville comincia a raccogliere le idee sulle associazioni non appena mette piede negli Stati Uniti, nel 1831, quando arriva per un viaggio lungo 9 mesi insieme al compagno Gustave de Beaumont. La vita civile del New England lascia un’impronta positiva nei due giovani viaggiatori. Mentre si trova a Boston, Tocqueville collabora con il pastore unitariano e storico Jared Sparks per analizzare la nascita della cittadina. Nel primo volume del suo libro la descrive come un’associazione volontaria modello e il punto di partenza del sistema democratico americano.

Per costruire la sua teoria secondo cui associazioni libere e attive sono necessarie in una democrazia, Tocqueville si affida agli appunti delle conversazioni con alcuni americani e allo studio attento di documenti legali. Riceve aiuto anche da due grandi pensatori, Jean-Jacques Rousseau e James Madison, che forniscono il necessario contraddittorio. Il primo insiste sulla necessità di una “volontà generale” che unisca le persone, il secondo fa notare come le divergenze tra diversi gruppi garantiscano la libertà. Nella penultima bozza di La Democrazia in America, Tocqueville descrive la cittadina del New England come «il contratto sociale nella sua giusta forma che Rousseau avrebbe sognato nel secolo successivo». Ma ci ripensa e cancella la frase. Tocqueville in genere non ama citare esplicitamente Rousseau per paura di allontanare i lettori francesi più conservatori, che invece vuole avvicinare alla democrazia. In questo caso, per esempio, Tocqueville sostituisce la “volontà generale” di Rousseau con il sostegno di Madison alle fazioni e al loro potere compensativo. Tocqueville comincia a leggere Il Federalista a bordo di un piroscafo sul fiume Mississippi; riprende gli scritti in Francia, sposa appieno la visione di Madison, che vede nelle fazioni un meccanismo di protezione contro l’assolutismo, e poi sviluppa la sua teoria sulle associazioni.

Anche se il giovane Tocqueville impara molto sull’America, non prende parte al dibattito (che invece Madison conosce) sulla minaccia rappresentata dalle fazioni politiche per la sopravvivenza della repubblica al suo stato embrionale. Però segue le battaglie politiche del suo tempo in Francia. Nel 1834, mentre Tocqueville è ancora impegnato nella scrittura della Democrazia, il governo francese approva una legge repressiva contro l’associazione volontaria, a cui Tocqueville si oppone con tenacia. Tocqueville risponde evidenziando nel suo libro l’impatto positivo delle associazioni americane. Sceglie per prima la convenzione tariffaria di Philadelphia, che nel 1831 si batte per il mercato libero, come esempio di libertà politica; poi sottolinea l’influenza delle società di temperanza (gruppi religiosi e politici nati tra fine ‘700 e inizio ‘800, alcuni dei quali si trasformarono poi in organizzazioni nazionali capaci di influenzare fortemente la politica americana, ndr) sulla vita familiare. Nel volume del 1840 sviluppa in maniera più completa la connessione tra associazioni politiche e civili, che aveva già accennato nel volume del 1835.

Ho ripercorso brevemente gli eventi per sottolineare come Tocqueville fosse in grado di passare dal pensiero sulle fazioni a un discorso più organico sulle associazioni, ma solo dopo un decennio di riflessione sulla storia americana e sulla teoria sociale, influenzata dall’attivismo politico. In La Democrazia in America non si ritrova un discorso così approfondito sulla filantropia, ma si riconosce il ruolo importante che ricopre all’interno della vita degli americani. Il filosofo non parla certo di grandi capitali, in un paese dove «i muri erano di mattone imbiancato e le colonne di legno dipinto», anziché di marmo bianco. Ma osserva una forma di mutuo aiuto in parallelo alla sua nuova teoria delle associazioni.

Tocqueville era un riformatore sociale e, così come i suoi contemporanei, interpretava la filantropia come riforma sociale. Durante il viaggio insieme a Beaumont studia le carceri americane, con l’idea di riformare le prigioni francesi. Questa era in effetti la ragione ufficiale della visita, che porta a un dettagliato resoconto. Nel 1835, anno in cui viene pubblicato La Democrazia, Tocqueville consegna Il Pauperismo alla Royal Academy of Cherbourg. In questo volume attacca il sistema inglese delle organizzazioni benefiche “legali” e le definisce un metodo di impoverimento che non solo aumenta «la popolazione indigente ma ne incoraggia la pigrizia, i bisogni e la propensione al vizio».

Poi comincia a occuparsi della previdenza sociale attraverso una seconda disquisizione sul pauperismo datata 1837, in cui promuove le associazioni dei lavoratori. Riceve da Beaumont, che in quel periodo viaggiava nel Regno Unito, informazioni sulle casse di risparmio in Scozia. Tocqueville non riesce a completare questo secondo studio, ma ne integra una parte nella Democrazia del 1840: «Se la società diventa sempre più eterogenea ed equa, i poveri hanno sempre più risorse, intuizione e desiderio. L’uomo concepisce l’idea di migliorare il proprio futuro e cerca di farlo attraverso i risparmi. Il risparmio crea una miriade di piccoli capitali. Il frutto, accumulato in maniera lenta e paziente, del lavoro di molte persone. Queste somme aumentano in maniera costante, ma rimarrebbero poco produttive se continuamente disperse. Tutto questo ha dato vita a istituzioni filantropiche che, a mio parere, diventeranno presto una delle più grandi istituzioni politiche. Uomini caritatevoli hanno avuto l’idea di raccogliere i risparmi dei poveri e farne buon uso».

Anche nel secondo volume della Democrazia Tocqueville esprime il timore, già descritto in precedenza, che il centralismo amministrativo potesse portare via l’iniziativa alle associazioni e metterla nelle mani dello stato. Una previsione che a suo parere si sarebbe realizzata prima nei paesi europei. «Quasi tutte le istituzioni caritatevoli dell’antica Europa erano nella mani di privati o di corporazioni – scrive Tocqueville – ma ora sono cadute tutte più o meno alle dipendenze del sovrano e in molti paesi sono rette da lui stesso. Lo stato ha intrapreso quasi da solo a dare il pane a quelli che hanno fame, soccorso e asilo agli ammalati, lavoro agli oziosi; esso è divenuto il riparatore quasi unico di tutte le miserie». Tuttavia, vale la pena ricordare che Tocqueville separa il governo dall’amministrazione. È a favore di un governo forte per gli affari di stato, purché non interferisca con la vita di tutti i giorni.

Ma Tocqueville aveva qualcos’altro da dire sulla filantropia, non nella vecchia accezione di lavoro orientato alla riforma bensì nel significato attuale di donazione per il bene comune?

Il secondo volume della Democrazia è punteggiato di riferimenti a forme di mutuo soccorso e gesti di solidarietà in America, di frasi come «Devo dire che ho spesso visto americani fare grandi e veri sacrifici per la cosa pubblica e ho notato cento volte che, in caso di necessità, non mancano quasi mai di prestarsi vicendevolmente un leale appoggio».

Secondo Tocqueville le persone lavorano per il bene comune perché ricavano un interesse dalla filantropia. Lo studioso voleva una democrazia in cui le persone avessero la libertà di migliorare il proprio futuro e allo stesso tempo contribuire al bene comune. Per lui non esisteva contraddizione tra questi due obiettivi. E infatti scrive: «I moralisti americani non pretendono che occorra sacrificarsi per i propri simili perché è cosa grande farlo, ma affermare arditamente che simili sacrifici sono necessari tanto a colui che se li impone, quanto a colui che ne profitta». È un’idea estremamente tollerante delle debolezze umane e, a mio parere, proprio per questo così persuasiva. Tocqueville trasforma l’interesse personale in un bene collettivo e lo chiama meccanismo “dell’interesse bene inteso”.

A Tocqueville serve del tempo per riconoscere un legame positivo tra “l’interesse” e il miglioramento collettivo. Durante i suoi viaggi, lui stesso vede gli americani lavorare solo per sé. «L’interesse privato qui emerge costantemente, si rivela apertamente, si proclama teoria sociale», scrive Tocqueville con una certa arroganza all’amico Ernest de Chabrol mentre è a New York, nel 1831. Ma poi cambia idea e teorizza invece un “amore illuminato” di se stessi, che porta gli americani a «sacrificare una parte del loro tempo e delle loro ricchezze » al bene comune. Prendendo in prestito parole altrui, questa volta in maniera esplicita, nello specifico di Montesquieu, Tocqueville ipotizza che in America non è più “la virtù” ma “l’interesse” a motivare le persone a lavorare per la comunità. Trasformare l’interesse in un vantaggio per tutti, sostiene Tocqueville, è uno sviluppo positivo per la civiltà. L’interesse è un impulso e, in quanto tale, è ben più facile da reperire rispetto alla virtù. E aggiunge, con un po’ di ironia: «Felice paese il Nuovo Mondo, in cui i vizi degli uomini sono altrettanto utili alla società quanto le virtù».

Olivier Zunz