4/01/19

Il non-profit è il motore che fa crescere gli USA

Il non profit sta diventando una realtà sempre più importante nel tessuto economico e sociale statunitense. Il Terzo settore contribuisce per il 5,4 per cento al Pil a stelle e strisce, ogni anno raccoglie miliardi di dollari e dà lavoro a più di 14 milioni persone.


La terza forza lavoro degli Stati Uniti dopo il commercio e l’industria manifatturiera, questo è oggi il non profit. La realtà delle fondazioni, nata alla fine del XVIII secolo dal connubio tra pluralismo e filantropia, ha trovato un terreno fertile nella terra del capitalismo. Fede, sogno americano e guerre hanno poi fatto il resto. Dopo una fase di rapido sviluppo, dovuta anche alle grandi fortune accumulate con la crescita dell’industria pesante, è seguito un attivismo notevole per tutti i primi trent’anni del secolo scorso che permise di sopravvivere anche alla crisi della Prima guerra mondiale. Se Henry Ford, solo nel 1914, offrì diecimila dollari ai suoi impiegati, quando John D. Rockefeller – l’uomo che fondò la Standard Oil – si ritirò ne donò 540 milioni in beneficienza.

Public charity e private foundation costituiscono da sempre un valido cuscinetto per il governo Usa: dalla Grande depressione alla recessione degli anni Ottanta, fino alla crisi dei mutui subprime, l’economia sociale è riuscita a consolidarsi e, nei periodi di maggior benessere, le realtà private e pubbliche vengono spinte a restituire alla comunità ciò che hanno ricevuto, beneficiando allo stesso tempo dei vantaggi fiscali della donazione. Nel 2017, secondo il Rapporto Giving Usa, il Terzo settore ha ricevuto donazioni per oltre 410 miliardi di dollari. Tutti soldi investiti per sostenere attività sociali, educative, caritatevoli, assistenziali o altre attività finalizzate al perseguimento del welfare comune. La ricerca di benessere ha fatto sì che oggi il Terzo settore rappresenti il 5,4 del Pil nazionale. E, oltre a contribuire all’economia statunitense, questo fiorente settore crea occupazione. In base ai dati più recenti, le public charity sborsano ogni anno quasi 635 miliardi di dollari in salari a circa 14,4 milioni di lavoratori. In pratica, hanno pagato il 10 per cento di tutti gli stipendi degli States. Durante la bolla del 2008, il Terzo settore ha visto crescere posti a un tasso medio dell’1,9 per cento all’anno, mentre il settore privato li perdeva al ritmo del 3,7 per cento. Solo la sanità impiega il 57 per cento delle persone che lavora nel Terzo settore. Nel decennio 2003-2013, il non profit ha creato quasi un milione di posti di lavoro in questo campo.

Ma se sanità e istruzione sono i settori trainanti in termini occupazionali, le fondazioni religiose da sole raccolgono il 39 per cento di tutte le donazioni. Secondo uno studio del Center on Wealth and Philantropy del 2014, i credenti praticanti tendono a donare più di chi non frequenta chiese. In media chi ha fede dona 2.731 dollari l’anno contro i 704 dollari di chi non ne ha.

Anche la scalata di Donald Trump alla Casa Bianca ha dato una spinta notevole alla filantropia a stelle e strisce. Se da una parte il protezionismo economico e sociale del presidente – dal muro al confine col Messico ai tagli all’Obamacare – hanno destato non poche perplessità, dall’altra hanno convinto molti cittadini ad aumentare le donazioni al Terzo settore. Ad esempio l’American Civil Liberty Union (Aclu), organizzazione a sostegno dei diritti civili, nei cinque giorni successivi alla vittoria di Trump ha raccolto 7,2 milioni di dollari, mentre nel medesimo lasso di tempo, nel 2012, subito dopo la seconda vittoria di Barack Obama, la stessa organizzazione aveva racimolato appena 27.806.

Va poi ricordato che, oltre alle donazioni in denaro e alla forza lavoro retribuita, le organizzazioni non profit migliorano le proprie risorse umane attraverso l’utilizzo di volontari. Stiamo parlando di un esercito di 63 milioni di persone che hanno prestato servizio per un totale di quasi 8,7 miliardi di ore. In media uno statunitense su quattro, ogni anno, dona 139 ore della sua vita, quasi due settimane, e il 45 per cento degli americani si è prestato come volontario almeno una volta nell’ultimo anno. Numeri che tradotti in denaro si trasformano in 171 miliardi di dollari.

Oggi a stimolare quest’economia sono i grandi magnati americani che hanno fatto fortuna con le loro aziende e poi hanno creato fondazioni, come Bill Gates, che ha finanziato progetti umanitari per 28 miliardi di dollari, o donato come Chuck Feeney, il cofondatore del Duty free shoppers group, che per finanziare istruzione, scienza, sanità e diritti civili s’è privato di quasi tutto il suo patrimonio.

Sembra che nulla possa arrestare la crescita di questa organizzazione economica. Il Terzo settore sembra riuscire lì dove i governi non riescono ad arrivare.