29/12/20

Il piano di azione che manca

Editoriale estratto da CIVIC 5


Più che una previsione è una constatazione. L’emergenza da coronavirus sta agendo come un violento fattore di polarizzazione sociale. Se durante la prima ondata – di fronte all’ignoto – è prevalsa una reazione civica che ci ha fatto sentire tutti coinvolti alla stessa maniera, su un’unica barca, oggi l’umore collettivo è di tutt’altro segno.

Mentre abbiamo avuto il tempo di metabolizzare la paura per la minaccia sanitaria (anche se certo non è scomparsa), ha preso più forza il timore per le conseguenze che la pandemia produce sull’economia, sul lavoro, sul benessere materiale di individui e famiglie. Ciò che rende differenti i destini individuali ha preso il sopravvento rispetto a quello che li unisce.

La stessa azione del governo nella seconda ondata ha accentuato le distinzioni: tra regioni per fascia di rischio, tra attività economiche per esposizione ai danni, tra lavoratori protetti e non. Il senso di solidarietà dei primi mesi ha lasciato posto all’incertezza per il futuro individuale, accresciuta dall’osservazione che non tutti sono stati colpiti allo stesso modo dalla crisi. Anzi, qualcuno non è stato colpito per nulla, mentre su altri l’impatto è stato devastante. Una frattura ha separato chi può contare sulle garanzie di un posto fisso da chi invece su quelle garanzie non può fare affidamento. Un solco ha diviso quanti si sono trovati in settori risparmiati, o addirittura favoriti, dalla crisi rispetto a tutti gli altri. Con l’aggravante che i meccanismi di solidarietà reciproca in questa fase sono stati ben pochi: i fortunati che hanno di più (e magari nell’emergenza hanno visto aumentare ulteriormente le risorse a propria disposizione, come indica la crescita record dei depositi) non si sono curati particolarmente di chi ha di meno e teme invece di veder peggiorare ancora di più la propria condizione. Cosa si può fare, quindi, per evitare che la polarizzazione aumenti ancora fino a diventare ingestibile?

L’iniezione di risorse pubbliche che arriverà dall’Europa ha il compito di frenare l’emorragia di posti di lavoro, di attività economiche, di opportunità di sviluppo, ponendo le premesse per la ripartenza. Ma è un’illusione sperare che possa sostenerne interamente l’onere. Gli interventi finanziati con Next Generation EU non possono andare solo in misure temporanee, di corto respiro. Servono investimenti capaci di rigenerare una solida e duratura crescita economica e sociale, invertendo il processo di divisione che minaccia la coesione del nostro Paese.

Tra questi, un ruolo fondamentale può svolgerlo il potenziamento delle organizzazioni dell’economia sociale. Ovvero di quella parte di imprese e organizzazioni che perseguono obiettivi di sviluppo sociale attraverso lo svolgimento di attività economiche, con motivazioni che pongono l’interesse generale come condizione della ricerca del profitto. Non si tratta di un nuovo settore economico: esiste da tempo, seppure con scarsi riconoscimenti e con la fama di essere destinato a cause disperate, connesse esclusivamente alla lotta alla povertà e alla marginalità. In realtà si tratta invece di un settore in pieno sviluppo, che genera occupazione di qualità, che soddisfa un numero crescente di domande rilevanti anche in ambiti diversi da quelli dell’assistenza sociale ed ha capacità autonoma di sostenibilità economica.

Perciò, accogliendo l’indirizzo che viene anche dall’Europa, è necessario ed urgente un piano per lo sviluppo dell’economia sociale. Un piano d’azione strategico, che sia concepito per favorire gli investimenti e la crescita. Un piano che oggi manca. Al quale – con questo numero di Civic – vogliamo contribuire.

ENZO MANES

Presidente Fondazione Italia Sociale

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