18/09/19

Il ritorno a una filantropia di comunità

di Gianluca Salvatori

Un nuovo scenario di riduzione delle risorse pubbliche e di un welfare in continuo ridimensionamento non può che avere bisogno di riprendere in mano la filantropia, sempre tacciata di essere elitaria, e di renderla “pop”. Popolare, partecipata, inclusiva. Dove tutti sono protagonisti.

Il titolo di questo quaderno non è intuitivo. In che senso la filantropia può essere popolare? C’è un modo di intenderla diversamente dalla rappresentazione tradizionale di fenomeno per élite? Quali sono i motivi per guardarla oggi con occhi diversi sfidando i pregiudizi che per decenni l’hanno resa un concetto, appunto, impopolare? Il pensiero e la pratica filantropica sono sempre stati il risultato di un contesto e di una cultura. La filantropia è un atto sociale, non una semplice transazione economica, e come tale è il prodotto del proprio tempo e dei luoghi in cui si sviluppa. C’è stato un periodo storico in cui si pensava che fosse un’attività riservata ad una élite abbiente mossa da intenti caritatevoli, e un tempo in cui viceversa il concetto di filantropia ha espresso il senso di una solidarietà che impegnava tutti i membri di una comunità indipendentemente dal loro reddito.

Quando Muhammad Yunus prende posizione contro la filantropia e le charity, in quanto a sua detta non generano imprenditori ma dipendenze, pensa ovviamente alla prima accezione, quella che deriva da un atteggiamento vittoriano di benevolente superiorità. Una filantropia che soccorre, ma non ripara. Mentre dalle descrizioni di Tocqueville della società americana, nei primi anni dopo la conquista dell’indipendenza, emerge un’idea legata al tema delle riforme politiche e sociali, in tutt’uno con la creazione di una visione comune del bene pubblico. Una filantropia che agisce per il cambiamento. Lo spettro dei significati è dunque tanto ampio quanto quello delle situazioni contingenti. Per questo è importante capire qual è oggi il contesto in cui nel nostro Paese si può parlare di filantropia e perché ha senso adoperarsi per una sua diffusione. La storia delle idee può aiutare a superare pregiudizi frettolosi e ragionamenti per schemi.

Un concetto impopolare?

Nella cultura dei Paesi europei, nei tempi recenti, la filantropia non ha goduto di grande popolarità. Termine troppo gravato da un passato in cui il gesto filantropico era percepito come atteggiamento paternalista, spesso anche moralmente giudicante. A metà dell’Ottocento, nell’Inghilterra vittoriana, i più ricchi sentivano di dover fare qualcosa per alleviare le condizioni di estrema povertà prodotte dalla trasformazione industriale (la stessa che aveva generato le loro grandi ricchezze); ma erano convinti che fortuna e sfortuna non fossero indipendenti dai meriti individuali. In quella società, mossa da uno spirito di compassione verso i più sfortunati ma, al tempo stesso, animata dall’idea che il successo fosse il meritato risultato di qualità individuali, la “restituzione” (l’anglosassone giving back) per essere autentica doveva scaturire da una decisione puramente privata, anziché da un progetto di responsabilità civica. Il gesto filantropico era considerato tanto più vero quanto più motivato da una benevolenza libera da ogni interesse, con obiettivi rispondenti esclusivamente alle insondabili inclinazioni del ricco donatore. Non sempre scevre dal pregiudizio che i più poveri fossero in qualche misura responsabili della propria condizione.

I risultati di quest’atteggiamento caritatevole – orientato a intervenire sugli effetti più che sulle cause, e soggetto al giudizio insindacabile del singolo donatore – non potevano che essere frammentari e inefficienti. Per questo William Beveridge, l’architetto del welfare state inglese, poté affermare che la lotta alla povertà, per la sua vastità, doveva essere un compito dello Stato più che dei singoli privati. Convinzione che è prevalsa per decenni nelle società europee, fino ai nostri giorni. Strutturandosi in un articolato sistema di interventi pubblici che sui temi dell’inclusione sociale hanno portato il welfare state a prendere il posto della filantropia, ovviamente su una scala ben più ampia e con un dispiegamento di risorse assai più ingente di quanto avrebbe potuto fare qualsiasi benefattore privato. Allo Stato, dunque, il compito di farsi carico dei bisogni sociali primari, mentre ai ricchi filantropi il compito di contribuire al miglioramento della società finanziando musei, collezioni d’arte, sale concerti, biblioteche o parchi. In un intreccio che legava sempre più strettamente le motivazioni altruistiche con aspirazioni di status e prestigio sociale.

Non sorprende quindi la scarsa simpatia che il concetto di filantropia ha suscitato negli anni ruggenti del welfare pubblico. Quando questo si espandeva senza sosta e rispondeva, perlopiù efficacemente, a un numero crescente di richieste affioranti dalla società, di fronte al mare dell’intervento pubblico, le gocce della filantropia apparivano come poca cosa, oltretutto con un retrogusto elitario. Lo sviluppo di forti “stati sociali”, soprattutto in Europa, ha finito quindi per spingere la filantropia verso ruoli di secondo piano lungo tutta la metà del Ventesimo secolo.

Ma anche questa fase, come sappiamo, ha cominciato a declinare. Nel nuovo scenario, quello in cui ci stiamo dibattendo, le risorse pubbliche stentano a soddisfare i bisogni sociali o addirittura si contraggono, lasciando scoperti interi settori che prima erano un ambito riservato all’intervento dello Stato, quando invece i bisogni continuano ad aumentare, anche per effetto della crescita delle disuguaglianze economiche e sociali. Quindi diventa sempre più urgente mettere in campo nuovi modelli di intervento, mobilitando risorse private, anche a causa della crescita della complessità sociale. Agli effetti di una domanda sociale sempre più diversificata – nei bisogni di salute, di assistenza, di istruzione – l’approccio universalistico del welfare tradizionale fatica a rispondere. Società sempre più complesse generano bisogni, anche sociali, sempre più differenziati. Sistemi fortemente condizionati da vincoli, come quelli pubblici, non riescono a reagire con la rapidità e la flessibilità richieste dalle nuove istanze. Quindi, anche se la sproporzione tra risorse pubbliche e risorse private rimane importante, nel nuovo scenario l’apporto del privato acquista un’importanza maggiore rispetto al passato, non solo per le risorse che porta, ma anche per come le utilizza, innovando l’offerta di servizi al ritmo richiesto dalla trasformazione sociale.

La combinazione di complessità sociale e crisi fiscale dello Stato sta dunque riportando sulla scena la filantropia. Non certo però la charity ottocentesca. L’area della vulnerabilità sociale infatti è diventata molto più ampia e non coincide con il solo tema dell’alleviamento della povertà, inteso nei termini tradizionali. Pesano sempre di più le incertezze sul futuro del lavoro, il disagio indotto dalla mancanza di prospettive economiche, gli effetti della disgregazione delle comunità. Fenomeni che riguardano una parte di popolazione più ampia rispetto a quella statisticamente classificata come area della povertà. Legati a una serie di ansie che permeano categorie e gruppi sociali che fino a non molto tempo fa si consideravano al riparo da rischi e pericoli, mentre oggi vivono in uno stato di crescente insicurezza, sottoposti a sfide più sfuggenti, e perciò più inquietanti, per le quali i punti di riferimento tradizionali non valgono più, e ha più presa invece la retorica illusoria delle facili soluzioni.

La filantropia delle imprese

In questo nuovo quadro, figlio della complessità sociale, la ripresa di interesse per l’azione filantropica si propone in varie forme, anche divergenti. Ad un estremo, si trova il “filantrocapitalismo”: una tendenza che si è affermata nell’ultimo paio di decenni, e che trasferisce all’ambito filantropico gli strumenti e i metodi dell’attività d’impresa, per coniugare profitti e giustizia sociale. È il tema del to do good attraverso il mercato e mediante l’esercizio dell’attività imprenditoriale. Secondo una visione che supera la responsabilità sociale d’impresa, contraddistinta dal rischio innato di restare confinata nell’ambito del marketing e della comunicazione, per collocare invece l’obiettivo filantropico nel cuore stesso delle strategie aziendali, abbandonando la teoria dei “due tempi” della filantropia tradizionale, in cui il filantropo nella prima parte della vita si impegnava ad accumulare ricchezze per poi distribuirle solo una volta raggiunto il successo, come gesto di riconoscimento verso il contesto che lo ha favorito. Visione spesso criticata per la sua vena strumentale e “autoespressiva”, perché il filantropo sceglie le cause da sostenere sullo stimolo del proprio coinvolgimento emozionale più che in base ad un’analisi razionale sull’uso più efficace del denaro donato. Nella “filantropia strategica” invece non c’è distinzione tra fase d’accumulo e fase di ridistribuzione, e neppure c’è spazio per le preferenze emotive. Il criterio del filantrocapitalista è quello dell’ottimizzazione delle risorse e della coerenza con le strategie aziendali. Questo cambio di prospettiva ha avuto diverse declinazioni. Molte formule sono state usate per coniugare la filantropia con le strategie aziendali: dalla teoria del “valore condiviso”, di cui per primo nel 2006 ha parlato Michael Porter sulla Harvard Business Review, al concetto di Corporate Philanthropy, citato nel primo numero di Civic a proposito di Cecp. Ma anche il movimento delle B Corporation si può inserire in questo filone, come idea di impresa che mira a bilanciare profitto e alti standard sociali e ambientali. Nella convinzione, comune a tutti questi orientamenti, che per affrontare i problemi del nostro tempo – dalla disuguaglianza alla povertà, dalla difesa dell’ambiente al rafforzamento delle comunità, fino alla creazione di posti di lavoro di qualità – non si possa prescindere dal ruolo delle aziende. Perché – in questa visione – le imprese sono depositarie di un potere trasformativo e di una capacità d’impatto positivo, sulle persone e sull’ambiente, non inferiori allo Stato e al settore non profit.

Purpose e impatto sono i termini che oggi ricorrono più spesso per definire il ruolo sociale delle imprese. Non a caso negli scorsi mesi, al compimento del ventesimo anno di vita, Cecp ha modificato il significato del proprio acronimo, da Committee Encouraging Corporate Philanthropy a Chief Executives for Corporate Purpose, indicando un mutamento d’orizzonte. La questione non è più soltanto di portare la filantropia all’interno delle strategie aziendali. È  lo scopo stesso dell’impresa a essere riconsiderato, incorporandovi strutturalmente la dimensione della sostenibilità sociale e ambientale. La missione aziendale quindi va ridisegnata al di fuori della camicia di forza della teoria del primato dell’azionista. Gli stakeholder tornano a essere parte essenziale del perimetro di azione. Al punto che “filantropico” è un aggettivo che non rende più, fino in fondo, la portata del movimento in atto.

Le ragioni del filantrocapitalismo si sono ampliate fino a rendere necessaria una definizione più comprensiva e accogliente (per qualcuno, anche troppo), di cui purpose e impatto sono i pilastri lessicali. Il movimento di tutte le imprese verso la ricerca di un purpose sociale, sull’onda della citatissima lettera agli investitori del ceo di Blackrock, Larry Fink, ha provocato il ritorno del concetto di filantropia a un significato più ristretto e preciso. Con il Philanthropic Enterprise Act, nel 2017, la legislazione statunitense ha sancito la possibilità per le fondazioni di finanziarsi tramite l’attività di società profit, a condizione di detenerne interamente il controllo e di destinare alla attività filantropica il 100 per cento degli utili. La corporate philanthropy, con ciò, è andata per il momento in pensione.

Il ritorno della filantropia di cambiamento sociale

Mentre si consumava questo slittamento semantico, all’estremo opposto riprendeva vigore quella tradizione che si può far risalire a un approccio comunitario e di “massa” alla filantropia. Su questo versante l’atto filantropico si spoglia di ogni aspetto connesso al prestigio e allo status sociale e si concentra sulla dimensione dell’impegno civico e del cambiamento sociale. I protagonisti in questo caso non sono né i grandi donatori né le imprese, ma la gente comune. Alla base, due constatazioni. La prima è che chi ha poco, in proporzione, dona più di chi ha molto. Le cifre degli Stati Uniti dicono che il 10 per cento della popolazione più abbiente dedica a donazioni una parte delle proprie sostanze che è percentualmente inferiore a quella donata dal 10 per cento della popolazione meno ricca. Stessa tendenza anche in Italia. La filantropia quindi è tutt’altro che una prerogativa dei più ricchi.

La seconda constatazione è che nel secolo appena concluso nessuna grande causa sociale si è imposta per iniziativa del mercato. Le battaglie sui diritti civili, sui diritti delle donne, sulla difesa dell’ambiente, sono tutte nate per la spinta della società civile, salvo poi consolidarsi grazie all’azione dei poteri pubblici in quanto forza effettiva di “bene pubblico”. Il business e le imprese, anche per la debolezza dei poteri politici, oggi giocano un ruolo cruciale nell’accompagnare il movimento della società verso il good ma non hanno un ruolo di leadership: sono strumenti in un’orchestra, non occupano il podio del direttore.

Con ciò si ritorna ad un’idea di filantropia che riguarda il cambiamento sociale e in cui tutti possono essere protagonisti, indipendentemente dai mezzi che hanno a propria disposizione. Una filantropia, appunto, popolare. Nel cui nucleo c’è la preoccupazione per il miglioramento della qualità di vita della comunità. Filantropia come impegno civico, civic stewardship, perché la sua essenza coincide con il farsi della “storia sociale dell’immaginazione morale”, come l’ha definita Robert Payton. Ovvero, fondamentalmente, un modo tramite il quale le persone danno forma alla visione morale di ciò che considerano “bene”. L’attività filantropica ha valore per il ruolo essenziale nella formazione della società civile, cioè dello spazio entro cui gli individui agiscono di concerto per dare corpo ad una visione di “bene comune”. È con l’agire filantropico come esercizio di immaginazione morale che una comunità – impegnandosi nel rendere migliore la realtà in cui vive – definisce ciò che intende per “bene”.

L’idea della filantropia come “azione volontaria per il bene comune” (la definizione è sempre di Payton) ha un’ulteriore implicazione. Significa infatti che nel suo agire filantropico la persona è mossa da un motivazione che è al tempo stesso privata e pubblica, senza contraddizione. Fare del bene alla propria comunità e agli altri comporta anche chiari e molteplici benefici per sé stessi. È quello che Tocqueville (ancora lui!) intendeva quando, in riferimento al suo viaggio in America, scriveva di aver scoperto una società in cui l’”interesse” aveva sostituito la “virtù” come motivazione per impegnarsi a favore del bene comune. Ma si trattava di self-interest rightly understood, cioè consapevolezza che per fare il proprio interesse a volte è meglio sacrificarne una parte per realizzare un bene superiore. Nella convinzione che tutti, prima o poi, possiamo in qualche modo trarre beneficio da una filantropia di comunità, animata dall’impegno per il bene comune. Quindi tutti abbiamo la responsabilità di alimentare questa filantropia, senza distinguere tra ragioni altruistiche e ragioni di autointeresse. A differenza della tradizione datata di una benevolenza paternalistica, qui il tema non è quello di  un altruismo totalmente disinteressato, bensì, al contrario, quello dell’allineamento del proprio interesse con quello degli altri. Perché l’interesse individuale, inteso correttamente, non può essere separato dal bene di tutti. Ridare spazio all’idea che l’agire filantropico serve a costruire la società civile è il primo passo per reagire al senso di vulnerabilità che sta erodendo le ragioni della nostra convivenza. Per scoprire che tra agire da filantropi e essere “civic”, in fondo, non c’è differenza.

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