8/12/20

La forza di una democrazia fondata sul dare e sul ricevere: l’unicità della Carta italiana

Tra le tante costituzioni dei Paesi a noi vicini quasi nessuna dedica così tanto spazio alla compenetrazione tra diritti e doveri del cittadino. Su questo esemplare è l’articolo 2, un manifesto liberale da ricordare sempre.

di Giuliano Amato


Per noi italiani è quasi un’ovvietà che la Costituzione contenga una disciplina assai articolata tanto dei diritti che dei doveri dei cittadini. Ma sbaglieremmo a pensare che sia stato sempre così e che così sia in tutte le costituzioni di democrazie paragonabili alla nostra. Sul piano storico è noto che i diritti arrivarono per secondi nel caratterizzare la posizione dei cittadini negli assetti di cui facevano parte.

Prima i doveri, poi i diritti

Nelle culture dell’antichità l’appartenenza alla comunità era proprio segnata dal dovere che ciascuno aveva di vivere non per sé, ma rendendosi utile ad essa. La cultura dei diritti prese piede più tardi, a partire dal Medio Evo e dalle carte che li garantivano a cittadini o a comunità locali, stabilendo dei limiti ai poteri pubblici esercitabili nei loro confronti. Poi, a partire dal tardo Settecento, arrivano le costituzioni e in esse, nel definire la posizione dei cittadini, sono proprio i diritti a prendere il sopravvento.

Potrete pensare che così sia perché le costituzioni ottocentesche sono octroyée, concesse dai sovrani, e quindi, nascendo come atti di autolimitazione del potere sovrano allo stesso modo delle carte medievali, è sui diritti che si concentrano. Ma non è certo questo il caso della Costituzione della Repubblica Romana del 1849, che per di più ha alle spalle Giuseppe Mazzini, quel Mazzini che nel 1860 scriverà il suo Doveri dell’uomo, in cui (e ci torneremo fra poco) tesserà una stringente correlazione tra diritti e doveri nel tenere insieme la società̀. Eppure la Costituzione del 1849 ha, come lo Statuto albertino, il Titolo “Dei diritti e dei doveri dei cittadini”, che al di là dei diritti, parla solo del modo di contribuire alle spese della Repubblica.

Il caso della Costituzione italiana

Nulla di paragonabile a ciò̀ che si legge nella nostra Costituzione. Intanto gli specifici doveri che essa enuncia sono ben più numerosi: il dovere di svolgere un’attività che concorra al progresso materiale o spirituale della società̀ (art.4), il dovere di educare i figli (art. 30), quello di votare (art. 48), il dovere, “sacro”, di difendere la patria (art. 52), il dovere di concorrere alle spese pubbliche (art. 53), il dovere di fedeltà alla Repubblica dei cittadini e quello di adempiere con disciplina e onore alle funzioni pubbliche (art. 54).

Inoltre, e anzi in primo luogo, c’è la clausola generale dell’art. 2, secondo la quale la Repubblica, da un lato riconosce e garantisce i diritti inviolabili, dall’altro richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

È proprio questa clausola a disegnare la fisionomia della nostra Costituzione, e proprio nel solco di quanto aveva scritto Mazzini nel 1860. Mazzini, lungi dal negare i diritti, temeva che una società fondata soltanto su di essi avrebbe finito per atomizzarsi, per rendere gli uomini egoisti e attenti soltanto a sé stessi, col risultato, alla fine, di metterli tutti nelle mani dei più forti. Di qui la necessità di un “principio educativo superiore”, rappresentato appunto dal dovere, inteso come dovere di vivere non soltanto per sé stessi, ma per rendere gli altri migliori.

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