La necessaria ma non sufficiente legge sulle unioni civili | Costitu-zone

Quale occasione migliore del mese del Pride per parlare della famiglia nell’ordinamento italiano, e in particolar modo dell’unione di persone dello stesso sesso?

Se conosciamo tutti, per averlo vissuto, il percorso accidentato che ha portato all’approvazione della legge c.d. sulle unioni civili (l. n. 76/2016), può darsi che ad alcuni di noi sia sfuggito il ruolo di primaria importanza della giurisprudenza, soprattutto di quella costituzionale, all’interno di un cammino non tutto rosa e arcobaleni.

In effetti, la disciplina e la copertura costituzionale delle unioni civili costituiscono un esempio parlante del rapporto tra chi fa le leggi e chi le applica, in materie che toccano etica, morale, temi fortemente divisivi e bilanciamento dei diritti. I diversi giudici che operano nel (o sul) nostro ordinamento (la Corte europea dei diritti dell’uomo, la Corte costituzionale, la Corte di cassazione ecc.) hanno influenzato chi fa le leggi. Lo hanno fatto tanto nella scelta se fosse necessario o meno prevedere una legge apposita per la disciplina delle unioni civili, quanto nell’indirizzo delle modalità di attuazione di tale legge. Un giurista direbbe che hanno agito sull’an (“se”) e sul quomodo (“in che modo”). Invece un cuoco napoletano direbbe “hanno messo la carne sotto e i maccheroni sopra”.

 

Nel 2010, in effetti, la Corte costituzionale prevede per la prima volta il riconoscimento giuridico, nel nostro ordinamento, delle coppie omosessuali (sent. n. 138/2010). Qualche anno più tardi e a stretto giro, la Corte europea dei diritti dell’uomo (Oliari e altri c. Italia del 2015) e la prima sezione civile della Corte di cassazione (sent. n. 8097/2015) si aggiungono, con qualche precisazione. Insomma, caro legislatore italiano (alias Parlamento), questa legge non si può più rimandare.

Le difficoltà, però, sorgono nella scelta della forma e del modo di operare su un determinato problema, come spesso accade. A dettare la linea è la Corte costituzionale: secondo la Consulta, la copertura per una legge sulle unioni civili non può essere l’articolo 29 della Costituzione. Ne riportiamo il testo:

 

Art. 29

«La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare».

In soldoni: il testo non specifica che il matrimonio debba essere tra due persone di sesso diverso, quindi teoricamente l’articolo 29 non esclude la possibilità del matrimonio omosessuale.

Tuttavia, la Consulta spiega che, quando i padri costituenti usarono la parola “matrimonio” nel 1946, avevano sicuramente in mente quel concetto di “matrimonio” disciplinato dal Codice civile. Redatto nel 1942, quest’ultimo prevede espressamente che gli sposi siano di sesso diverso. Prevedere un matrimonio omosessuale sarebbe, insomma, contrario all’intenzione dei padri costituenti. Quindi, dice la Corte, sarebbe più corretto rifarsi all’articolo 2 della Costituzione, laddove parla dell’espressione dell’individuo nelle formazioni sociali.

Per ricapitolare: da un lato, si sollecita il legislatore a intervenire; dall’altro, si pone un vincolo all’intervento, o per meglio dire, occorre prevedere una disciplina sostanzialmente diversa rispetto a quella del matrimonio.

Ecco come si arriva all’approvazione parlamentare della storica legge sulle unioni civili. Per comprendere la sua importanza, basti pensare che soltanto quarant’anni fa l’Italia iniziava quel processo di riforme del diritto di famiglia che portò, per esempio, all’equiparazione dei figli nati fuori dal matrimonio. Detto ciò, è possibile muovere delle critiche sia alla sentenza della Consulta sia alla legge sulle unioni civili poiché insomma, qualche problema c’è.

Si poteva fare diversamente? Domanda lecita. Seppur l’idea dei padri costituenti fosse chiaramente riferita ad un matrimonio tra persone di sesso diverso, viene oggi da chiedersi se, a distanza di più di settant’anni, sia socialmente giusto riferirsi ad un’ideologia un po’ matusa, alla luce dei numerosi passi avanti fatti nel corso degli anni. Il concetto stesso di società è mutevole per sua natura e la legge ha il compito di adattarsi a tale cambiamento, rischiando, altrimenti, di rimaner ancorata ad una realtà antiquata e di non riuscire più a svolgere il suo stesso compito, diretto alla realizzazione di una vita ordinata della comunità.

E poi, secondo problema all’orizzonte: ammettiamo che si debba dare interpretazione letterale e non evolutiva del testo costituzionale; letteralmente, la Costituzione non opera mai una distinzione tra matrimonio fra persone etero e matrimonio fra persone omosessuali. Perché, dunque, dovrebbe operarlo la stessa Corte? La conseguenza sarebbe la violazione del principio dell’ubi lex non distinguit, nec nos distinguere debemus – letteralmente “quando la legge non distingue, neanche noi possiamo farlo” – di solito evocato in riferimento all’interpretazione della legge: se non è stato analizzato un certo aspetto dal legislatore, si presuppone che egli stesso non abbia voluto legiferarlo ed è dunque inutile procedere ad interpretazioni estensive.

Si poteva fare meglio? Molto probabilmente sì.  La legge sulle unioni civili porta con sé alcune importanti lacune: manca totalmente, ad esempio, ogni riferimento alla c.d. stepchild adoption, ossia l’adozione del figlio del partner.

Soltanto nel maggio 2016 (sent. n. 12962/2016), la Corte ha riconosciuto per la prima volta l’adozione co-parentale all’interno di una coppia omosessuale, sottolineando ancora una volta come sia necessario l’intervento di un giudice per colmare quei vuoti normativi lasciati dal legislatore. Ancora, non vi è alcun riferimento all’obbligo di fedeltà all’interno delle unioni civili (tutto sommato comodo, no?): secondo alcuni, la legge non lo menzionerebbe perché implicito in ogni forma di rapporto affettivo; secondo altri invece, questa omissione potrebbe essere voluta, per sottolineare come l’unione civile sia qualcosa di diverso dal matrimonio “tradizionale”.

Insomma, ci sembra che la legge sulle unioni civili non sia troppo propensa ad una vera e propria equiparazione delle unioni al matrimonio: si tratterebbe più di una società tra persone che non di una vera e propria famiglia. Anche a livello simbolico, il concetto stesso di “unione civile” non è forte quando il concetto di “famiglia” e di “matrimonio”. Le parole sono importanti, diceva un buon vecchio saggio.

Prima di salutarci, in breve: la legge sulle unioni civili rappresenta un ulteriore e necessario passo avanti verso il pieno riconoscimento di diritti e doveri in capo alle coppie omosessuali. Ma non è ancora sufficiente. Ci piacerebbe quindi concludere con un’idea, una proposta forse un po’ naif: perché non operare una riforma costituzionale e cambiare direttamente l’art.29 Cost, laddove prevede unicamente un matrimonio eterosessuale? Si risparmierebbero leggi e tempo, ma soprattutto sarebbe il segno con un’automatica traslazione della disciplina del matrimonio etero in capo alle coppie omosessuali. Insomma, “una piccola modifica all’articolo della Costituzione, un grande passo verso il pieno riconoscimento dei “diritti di tutti”.

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