Anche il futuro del capitale sociale sarà onlife | Intervista a Luciano Floridi

Le tecnologie e il loro utilizzo hanno provocato un cambio di paradigma per tutta la società. Non esistono zone franche, ma il rischio di una polarizzazione (ovvero che ci sia una parte della popolazione per cui digitale e analogico si fondono nell’onlife e chi, vivendo dall’altra parte del digital divide, ne resta fuori) è reale. Cosa fare? Cercare di rendere le tecnologie disponibili a tutti e dall’altra indicare la rotta per utilizzarle, tutti, al meglio.

Teresa Bellemo intervista Luciano Floridi, professore di filosofia all’università di Oxford e direttore dell’OII Digital Ethics Lab.

Quanto conta il mondo fisico nello sviluppo dei legami sociali?

Si tratta di chiederci di che genere di relazione abbiamo bisogno. La differenza è soprattutto a livello di tempo. Il contatto fisico, l’incontrare le persone, paradossalmente, è ancora la modalità più efficiente per creare i legami più profondi. Questo perché un rapporto robusto, il capitale sociale di tipo relazionale richiede molto più tempo e una maggior fiducia: ciò che si guadagna in termini di tempo, di velocità nella comunicazione, in realtà il digitale lo fa perdere in termini di sedimentazione del legame. Se parliamo, ad esempio, di un rapporto di lavoro, il digitale può andare benissimo, se però dobbiamo creare una partnership l’analogico è fondamentale. Diventa un trade-off tra rapidità e profondità del legame.

Qual è il contributo specifico che può venire dalle tecnologie dell'informazione e della comunicazione per la formazione di nuovo capitale sociale?

Quando le tecnologie fanno il lavoro che dovrebbero fare, ossia comunicare e condividere informazioni, quello che riescono a fare è rompere il circuito accidentale in cui una persona è caduta in termini di capitale sociale. La de-spazializzazione e de-sincronizzazione della costruzione del capitale sociale, da un lato sono viste come una sorta di rivoluzione che genera incertezza soprattutto nelle generazioni più anziane, dall’altro invece il digitale ha una forza dirompente che può diventare un grande vantaggio. Nei tanti problemi che il digitale porta con sé, c’è una straordinaria opportunità, la ragazza o il ragazzo di oggi ha un mondo davanti che negli anni ’70 non poteva esistere. Questo deve essere messo in luce perché altrimenti vediamo solo la parte negativa e non le grandi opportunità che il digitale offre per rinnovare il capitale sociale ricevuto in “eredità”.

L’integrazione di questo mondo “parallelo” con il mondo analogico a che punto è?

Dipende tantissimo dalle generazioni di cui stiamo parlando e dai contesti in cui ci stiamo muovendo. Ad esempio in un contesto ad alta densità tecnologica, dove i cittadini hanno alti livelli di formazione, il digitale ormai è diventato parte dell’analogico, quello che io chiamo l’onlife, non vi è più differenza tra l’uno e l’altro. In altri contesti invece il digitale è ancora una cosa nuova. La situazione è dunque molto frammentata. Il rischio non è che si resti così, ma che ci sia una polarizzazione, ossia che da un lato si vada verso i grandi vantaggi che l’onlife può comportare, dall’altro che molti restino fuori, privandoli alla lunga di una cittadinanza completa e con un capitale sociale assai limitato. Quindi io cittadino soffro di due problemi: non soltanto sono nato in un contesto in cui il capitale sociale è povero, ma in più se sono dalla parte sbagliata del digital divide sono anche fuori dall’altro mondo, quello online. Questa situazione è forse la deriva peggiore che potremmo vedere nei prossimi anni.

Il mondo high tech promuove una visione in cui le tecnologie per il "common good" sono una naturale estensione del processo di innovazione. Questo passaggio è davvero scontato?

Sicuramente sì. Queste sono le strumentazioni a nostra disposizione ora, ma non dovranno essere per forza queste. Succede che oggi la socializzazione si costruisca anche con Clubhouse, ad esempio, ma la speranza è che data la necessità di socializzazione che abbiamo, a queste spinte corrisponda anche una risposta all’altezza da parte del “mercato della socializzazione”. Tutto questo sta avvenendo con meccanismi che potremmo definire per prove ed errori, perché i costi sono talmente irrisori e la capacità di innovazione del digitale è tale che sembra non esserci la necessità di pianificare perché basta lo schema “se funziona va bene, se non funziona cambiamo”.

Però le piattaforme su cui noi basiamo la nostra socialità, il nostro onlife, sono quasi tutte private.

È uno dei problemi principali che abbiamo in termini di società del 21esimo secolo. La mia impressione è che se le cose andranno bene, e non è assolutamente scontato, ossia se le grandi aziende non prenderanno il potere assoluto sarà perché siamo stati in grado di invertire un processo che in passato era: lo Stato crea delle aziende, le privatizza e poi le controlla. Oggi si è creato un mercato completamente privato che ha però un ruolo talmente fondamentale a livello culturale che stiamo cercando di regolamentarlo. A me sembra che questa dialettica non sia del tutto compresa e che si parli ancora di un mercato che possa essere non regolamentato, e la big tech spingono molto su questo. Facebook è l’azienda che spende più in lobbying al congresso americano. Se l’America non riesce ad invertire la rotta arriverà il momento in la domanda da farsi sarà “Chi ci governa?” e la risposta non sarà affatto scontata.

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