La storia di tutti è fatta dalla forza di ciascuno | Camilla Baresani su CIVIC 6

Stiamo uscendo dalle nostre case e dai nostri schermi. È ora di fare la nostra parte per il cambiamento perché, come sostiene Matt Ridley, sono le comunità che fanno evolvere il genere umano e non le decisioni prese dall’alto.

Le pagine di CIVIC sono dedicate ad analisi e idee che attengono al nostro sentirci cittadini collegati ad altri esseri umani, con bisogni e diritti equivalenti. Si rivolgono a una collettività animata da senso civico e concretamente connessa, una trama di singoli che non si limitano alla pur generosa contribuzione economica rivolta a qualche organizzazione del Terzo settore. Fanno riferimento all’indispensabile coinvolgimento in prima persona, alla partecipazione quotidiana che genera e mantiene viva una comunità.

Tuttavia, durante quelli che speriamo siano gli ultimi mesi della pandemia, questa nostra partecipazione si è sgretolata. Giocoforza abbiamo allentato i rapporti, li abbiamo diluiti con incontri dove siamo impressi nei pixel di quadratini lontani, rifugiati nelle nostre case, a distanza igienicamente corretta dagli altri. Le nostre vite virtuali hanno allentato l’abitudine a vedere di persona, a palpitare per qualcosa cui assistiamo dal vivo. Anche le frequentazioni casuali si sono allentate, con gli stimoli di cui sono portatrici. Persone con cui non avevamo intimità ma con cui capitava di avere scambi di idee sono sparite dalla nostra quotidianità. Come se fossimo tutti studenti in Dad.

Il ritorno alla vita precedente è tutto da reinventare. Abbiamo vissuto una situazione passiva di impotenza e ineluttabilità, in cui le decisioni e i provvedimenti sono arrivati dall’alto senza che noi dovessimo contribuire, e ora dobbiamo riprendere le fila di un impegno quasi dimenticato, ricostruendo il nostro essere parte della comunità. 

Il saggista britannico Matt Ridley in L’evoluzione di tutte le cose, Come piccoli cambiamenti trasformano il nostro mondo ha scritto: «Il cambiamento nelle istituzioni umane, negli artefatti e nelle abitudini è incrementale, inesorabile e inevitabile». Quello che però Ridley vuole dimostrare in questo saggio del 2015, parlando dell’ineluttabilità del progresso, è che non sono le decisioni verticistiche, calate dall’alto (come sono state quelle governative dell’epoca della pandemia, i tanto discussi ristori), non sono le concessioni di governanti ancorché illuminati a poter pianificare reali cambiamenti, bensì «la libera interazione di milioni di persone», quel capitale sociale che è alla base del miglioramento del livello di vita in tutto il mondo, «con la sconfitta di molte malattie, il calo della povertà, l’allungamento della vita, i progressi tecnologici, il perdurare della pace, l’incremento del reddito». L’argomentazione di Ridley mostra come nel XX secolo eventi pianificati o causati da decisioni verticistiche (guerre mondiali, dittature, crisi finanziarie) abbiano bloccato l’evoluzione del genere umano, mentre il progresso è dovuto all’opera collettiva dei singoli. 

Che sette miliardi di persone riescano ad alimentarsi, che la genetica venga usata virtuosamente per attribuire senza errori la colpa a chi ha commesso un crimine, che esista una coscienza e un comportamento ecologico è opera della collettività, è capitale sociale nella sua ineluttabile e virtuosa portata. Un capitale che, dopo l’imprevedibile stop dovuto alla pandemia in corso, va ricostruito perché di quello è fatto il Terzo settore, di proselitismo civico, del contagio di intenzioni e di motivazioni virtuose. Ridley afferma che sono i piccoli cambiamenti il motore della trasformazione del mondo. Significa che ora è dalla nostra mobilitazione, dalla rete di cui facciamo parte, che dobbiamo aspettare la sostanza della ripresa e dello sviluppo.

 

 

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