L’altra faccia della diversità: e se fosse la nostra?

A fine maggio alcuni giornali titolavano: “Trattenuti per giorni in centri di detenzione ed infine espulsi”.

No, non si tratta dell’ennesimo (e tragico) epilogo di uno sbarco di migranti sulle nostre coste, ma della sorte di una trentina di cittadini europei (italiani compresi) che tentavano di entrare nel Regno Unito.

Mettendo da parte i motivi dell’accaduto (che tuttavia vi invitiamo ad indagare, se avete intenzione di farvi un viaggetto da quelle parti), notiamo come la notizia abbia suscitato una diffusa indignazione: non solo da parte delle istituzioni europee, indispettite dall’atteggiamento a tratti persecutorio delle autorità inglesi, ma soprattutto da parte dei cittadini europei. La mancanza di un visto è una ragione sufficiente per rinchiuderci e poi espellerci come dei criminali?

In qualità di rispettabili cittadini europei del XXI secolo, è difficile per noi immedesimarci nei diretti interessati, costretti a vivere una situazione tanto spaventosa quanto poco familiare.

Ma forse è così che si sono sentiti quei 30 milioni (circa) di italiani che tra il 1861 e il 1985 sono partiti per cercare fortuna in America. Nemmeno allora, talvolta, l’accoglienza è stata delle più calorose: dopo una serie di visite piuttosto invasive, chi non risultava idoneo fisicamente o “mentalmente” veniva cordialmente rispedito a casa.

Probabilmente è così che si sentono anche quelle migliaia di persone che in questi giorni sono sbarcate (e continueranno a sbarcare) a Lampedusa, tra le proteste di alcuni cittadini che invocano la loro espulsione.

Non vogliamo approfondire le dinamiche del problema di gestione dei flussi migratori, né tantomeno addentrarci nei contenuti dell’accordo sulla Brexit (per quello servirebbe almeno un’intera rubrica!). Quello che vogliamo fare, però, è usare questi episodi come punto di partenza di una riflessione un po’ più ampia.

Ponendoci al di fuori del contesto spazio-temporale, ci accorgiamo che c’è un minimo comune denominatore: l’incontro con l’altro, col diverso, e il suo rifiuto. Che cosa provoca questo rifiuto?

Anche se spesso siamo portati a pensare che non ci riguardi, la diffidenza verso ciò che è diverso da noi è qualcosa di connaturato all’essere umano. Si tratta di un atteggiamento alimentato da quella che la psicologia sociale chiama categorizzazione: il processo mentale attraverso il quale, tramite l’acquisizione di dati dall’esterno, dividiamo oggetti, persone, situazioni in categorie mentali, categorie spesso condivise con il gruppo sociale di appartenenza. Così facendo, inevitabilmente, accentuiamo non solo le somiglianze intercategoriali, ma soprattutto le differenze.

È da qui che nasce e si costruisce la percezione del “diverso da me” come qualcosa che sfugge alle nostre costruzioni mentali e al quale guardiamo con un po’ di apprensione, almeno in un primo momento. Per dirla con le parole di Moscovici, psicologo e sociologo del Novecento: “Ciò che è sconosciuto o insolito comporta una minaccia perché non abbiamo categorie in cui porlo” (1989).

Se la categorizzazione è un processo mentale comune a tutti noi, il frutto di tale categorizzazione, cioè la percezione della diversità, è dunque qualcosa che muta al mutare del soggetto e del contesto sociale in cui è inserito.

Ed è per questo che diversi non sono solo i nuovi arrivati sulle nostre coste, o quel ragazzo che ho visto in centro vestito un po’ strano, ma anche l’italiano approdato in America in cerca di fortuna, o l’italiano che non ha un visto e che non è inglese, e che solo per questo può essere rinchiuso in un centro di detenzione e poi mandato via.

Ma il fatto che sono i nostri meccanismi mentali a farci percepire e temere la diversità, non è di certo una giustificazione per alimentare comportamenti discriminatori ed ostili.

Anzi, la consapevolezza del funzionamento di tali meccanismi è il primo passo per contenerli. E questo ci sembra doveroso, non solo perché il confronto con il diverso è un’occasione di arricchimento, cambiamento, riflessione, ma anche perché, come abbiamo visto, quelli diversi e temuti potremmo essere anche noi. Forti di questa consapevolezza, quindi, possiamo e dobbiamo agire positivamente nella direzione contraria, per fare in modo che nessuno debba più sentirsi indesiderato, rifiutato, diverso.

Foto di Ryoji Iwata su Unsplash

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