Le città si spiegano con una piazza | CIVIC 6

La dimensione dell’incontro, della condivisione e della socialità negli spazi urbani può avere tante forme e anche quando la pandemia bussa tutto sommato non è internet, ma è la piazza a mettere in relazione le persone.

C’è stato un momento in cui in cui la città ha assunto una forma tale da iniziare a essere misurata in termini di tempo, in minuti, anziché di spazio, in chilometri.

È lo stesso momento nel quale i cittadini hanno iniziato a chiedersi quanto tempo, nel corso della vita, fosse accettabile dedicare ai loro spostamenti quotidiani. Quindici minuti è stata una delle risposte, diventata lo slogan per la campagna per la rielezione di Anne Hidalgo a sindaco di Parigi. La città nella quale, in questa unità di tempo, è possibile lavorare, raggiungere una scuola, sbrigare le pratiche presso un ufficio pubblico e, soprattutto, condurre una vita appagante.

Ma il tempo si può comprimere ancora: la città dei quindici minuti può diventare anche la città del singolo minuto, la One Minute City. È successo a Stoccolma, la scorsa primavera, dove un gruppo di cittadini e designer si è esercitato, con i Lego, a trasformare la città dei quindici minuti nel plastico di tante città di un minuto. «La città di un minuto è il tuo ambiente immediato» ha detto Dan Hill, direttore del design di Vinnova, agenzia per l’innovazione del governo svedese. «È uno spazio condiviso di cui puoi essere sempre parte attiva, di cui sei responsabile, in un modo condiviso, con i tuoi vicini e il comune».

Al centro delle relazioni sociali: le piazze

Per raggiungere obiettivi del genere, occorre costruire metropolitane, piste ciclabili e collegare meglio i quartieri? No, tutto lo sforzo è concentrato nel ripensare il cuore dei quartieri.

In Italia abbiamo una infrastruttura talmente comune e diffusa nel paesaggio urbano da essere considerata quasi naturale: la piazza. I progettisti di tutto il mondo ce la invidiano perché, nella storia, l’interazione sociale è sempre passata attraverso le piazze, dove non si misurano né il tempo né le distanze, dove si trova tutto il necessario alla realizzazione di un baricentro urbano. L’agorà, il centro del commercio, del rito religioso, delle funzioni politiche e sociali e naturalmente anche il centro delle manifestazioni e delle rivolte, è questa la piazza. Un luogo in grado di aggregare in modo naturale, senza necessità di norme e formalizzazioni. Esistono infinite tipologie di piazze, ed esistono infiniti casi di declinazione di questa infrastruttura. La ragione è che, all’interno di quel perimetro che il più delle volte è nato dalle pratiche esigenze del commercio più che dalla pianificazione urbana, nel tempo si genera una organizzazione spontanea, per niente verticale, e probabilmente è questo il motivo per cui la piazza è diventata una delle grandi passioni di architetti ed urbanisti. Costruire una piazza significa progettare una scintilla in grado di generare nuovi livelli di vicinanza, del tutto inaspettati. Renzo Piano si è spesso confrontato con le piazze, sotto molte forme, alcune reali, altre immaginate. Ne ha ricostruite di storiche, come la Postdamer Platz di Berlino, durante la Guerra Fredda parte della linea del confine est-ovest, oggi tra i simboli della città riunificata. Ma ci sono esempi anche più particolari e locali: quando si è trattato di intervenire sulla ricostruzione del piccolo borgo delle Cinque Terre, Vernazza, distrutto dall’alluvione del 2011, Renzo Piano insieme a Richard Rogers hanno donato il progetto di ricostruzione proprio di una piazza, una piccolissima piazza di pochi metri quadrati, nel punto in cui il borgo scende e incontra il mare: era questo il cuore del paese, dove la terra incontra e, addirittura, entra nel mare, i due elementi intorno ai quali sarebbe potuta rinascere la vita sociale ed economica del borgo. Piano e Rogers, d’altra parte, sono i due architetti che, durante la progettazione del Centre Pompidou di Parigi, hanno destinato metà dell’area ad una piazza: nella Francia post-Sessantotto questo nuovo museo, per essere davvero centro di aggregazione sociale, per rompere il paradigma di museo come elitario luogo di cultura, doveva avere uno spazio aperto grande almeno quanto lo spazio destinato alle esposizioni.

I nuovi centri

La domanda più ricorrente, quando si osserva la mappa di una città, è: quale è il centro? Nelle metropoli, a differenza dei piccoli borghi, il centro è sfuggente, non ne esiste uno solo. L’infrastruttura che più di ogni altra ha contribuito a collegare questo grande numero centri è stata la metropolitana. La metropolitana è il mezzo che nella grande città collega un punto ad un altro, nel modo più efficiente possibile. E, spesso, che cosa sono questi punti, se non delle piazze? La linea della metropolitana è il mezzo – organizzato – che permette i movimenti attraverso i luoghi di aggregazione spontanei.

Nell’anno della pandemia, e della trasformazione delle relazioni sociali, architetti e urbanisti hanno cercato di capire che cosa stesse succedendo alla città, con i cittadini che abbandonavano i quartieri urbani per spostarsi, più o meno temporaneamente, verso i piccoli centri di campagna, o in provincia.

In molti si sono domandati il motivo per cui, quando arriva l’emergenza, le persone abbandonino il mondo artificiale ed organizzato che hanno scelto, e sul quale hanno investito, per ritornare a quei luoghi dove sulle relazioni sociali intervengono meno norme ed una minore formalizzazione: i paesi rurali, i borghi, e naturalmente le loro piazze.
Questa volta non i treni, non le metropolitane, ma l’infrastruttura tecnologica avrebbe consentito al borgo di diventare il nuovo possibile centro. L’idea non era certo nuova. In Italia, negli anni ’90, l’architetto Giancarlo De Carlo e una cordata di imprenditori tentarono di sviluppare il primo borgo medioevale cablato, Colletta di Castelbianco, in Liguria. Esperimento riuscito dal punto di vista dell’attrazione turistica, grazie agli alberghi diffusi e a una banda larga più veloce, all’epoca, rispetto a molte città. Ma fallito per quel che riguardava la costruzione di relazioni sociali stabili. Se il singolo borgo non può competere con la città in maniera duratura, con vantaggi solo temporanei, nell’anno della pandemia l’architetto Stefano Boeri ha immaginato il network di borghi. Più borghi uniti da tecnologia, strade, da una catena di servizi, avrebbero potuto farcela. Ma quali relazioni sociali possono evolvere, anziché congelarsi, in questo contesto? Le proposte dell’architetto Boeri, una “dispersione controllata” e una nuova valorizzazione delle campagne, hanno appassionato molti, ma hanno anche attratto critiche: lo sviluppo della città è una macro tendenza, hanno risposto i critici, che non si può invertire. Il punto, dunque, non è spostare persone dalla metropoli al borgo, una sorta di ritirata nel disordine di una emergenza, ma ripensare e ricostruire la città in chiave umanista anziché tecnologica, economica e funzionale. Anche se i due approcci non sono sempre in antitesi.

La dimensione verticale

Tutti i casi citati fino ad ora hanno un elemento in comune: si sviluppano in orizzontale. Ma ciò che ha davvero stimolato l’immaginazione dei progettisti, la frontiera della città dell’ultimo secolo, è stata la dimensione verticale. In realtà, non solo dei progettisti, anche i romanzieri hanno subito il fascino della struttura verticale organizzata, alcuni ci hanno visto l’antitesi della piazza. Il Condominio immaginato e raccontato a metà degli anni ‘70 dallo scrittore beat J.G. Ballard era un sistema nel quale la pianificazione e il controllo si rivelano fragilissimi: bastano infatti alcuni malfunzionamenti tecnologici, qualche blackout, e alcuni screzi tra gli abitanti suddivisi per fasce di reddito come all’interno di quartieri sviluppati in verticale, per togliere ossigeno all’infrastruttura, e fare implodere il sistema. Come fa una utopia a trasformarsi in una distopia? È davvero colpa di qualche blackout? O la causa è il profondo controllo, l’eccessiva pianificazione?

L’architetto Rem Koolhaas ha spiegato il “delirio” nel quale è cresciuta New York, il suo sviluppo verticale all’interno di una mappa del tutto disordinata. Una meraviglia estetica, oggi non più del tutto sostenibile, priva di regole. Nelle città verticali lo spazio non è misurato in chilometri ma in numero di piani e il tempo non dipende dalla velocità delle linee della metropolitana, ma dalla potenza degli ascensori. Lo Shard di Londra, di nuovo disegnato da Renzo Piano, è l’ultima vera città verticale costruita in occidente. Ma lo Shard non è un condominio, è una piazza. Un edificio pensato per essere aperto e accogliere ogni tipo di relazione sociale ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette. 87 piani con soli 42 posti auto a disposizione perché in questa piazza verticale si arriva con i mezzi pubblici, a piedi, in bicicletta, in monopattino, con il treno, non con l’automobile.

La vera sfida dell'urbanistica

Creare nuovi modelli di relazioni tra le persone è sempre stato oggetto di un particolare, quanto affascinante, modello di pensiero: l’utopia. Dalla metropoli di prossimità ai borghi rurali cablati, dal network di borghi alla città-condominio, il fine di chi ha immaginato questi ambienti non era certo il contenitore, ma il suo contenuto, ovvero le persone e le relazioni che si sarebbero potute attivare. Quello che è certo è che le infrastrutture creano relazioni se nascono dal dialogo tra chi le progetta e chi le vive. Quando Le Corbusier venne chiamato in India, nel 1951, per progettare da zero la nuova capitale del Punjab, oggi una delle città più ricche dell’India, intendeva costruire la città del dialogo, dove tutti i conflitti – dopo le guerre mondiali – potevano essere ridimensionati. Lo fece tramite gli edifici e i simboli in cemento armato. «Ma nella realtà non c’è stato dialogo tra Le Corbusier e la gente del posto che, piena di ammirazione, esitava a contestare le sue proposte» ha scritto l’architetto indiano Doshi, che lavorò con Le Corbusier e Pierre Jeanneret al piano della città. «Forse la progettazione di quegli edifici sarebbe stata più lunga e complicata se ci fosse stato uno scambio, ma molti degli errori avrebbero potuto essere evitati».
La storia delle città è ricca di relazioni temporanee, ma sono gli incontri non pianificati e che durano nel tempo a dare linfa all’ambiente e alla società in cui viviamo. Oggi la sfida è creare relazioni durature nel raggio di quindici minuti, o di una piazza che può essere attraversata e vissuta in un solo minuto.

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