13/01/19

“Le cose possono migliorare”: filantropia e innovazione per Bill e Melinda Gates

L’ideatore di Windows e sua moglie, fondatori della Gates Foundation, si raccontano e spiegano che cosa significa per loro “dedicarsi agli altri” e perché farlo è una responsabilità imprescindibile di chiunque possegga ingenti ricchezze.


Non abbiamo paura di mostrare il nostro ottimismo. Ma di questi tempi sembra che non ce ne sia abbastanza. Notizie terribili riempiono le pagine dei giornali. Divergenze politiche, violenze e disastri naturali sono all’ordine del giorno. Eppure, nonostante i titoli dei giornali, viviamo in un mondo sempre migliore. Basta paragonarlo a quello di un decennio o di un secolo fa. Sicurezza e assistenza sanitaria non sono mai stati tanto diffusi. La mortalità infantile è dimezzata rispetto al 1990 e continua a diminuire. Anche la mortalità materna è calata drasticamente. Lo stesso vale per la povertà estrema, ridotta di quasi la metà in soli 20 anni. Sempre più bambini vanno a scuola. E la lista di buone notizie non termina qui.

Ma essere ottimisti non significa sapere che in passato si stava peggio. Significa sapere che le cose possono migliorare. È così che si alimenta l’ottimismo. Anche se durante il nostro lavoro spesso ci scontriamo con malattia e povertà, e tanti altri problemi da risolvere, riusciamo a vedere il meglio nell’umanità. Impariamo dagli scienziati occupati a inventare strumenti innovativi per la cura delle malattie. Parliamo con leader politici impegnati nella ricerca di metodi creativi per mettere in primo piano la salute e il benessere delle persone in tutto il mondo. E poi incontriamo menti coraggiose e brillanti provenienti da ogni angolo del pianeta che cercano di trasformare le proprie comunità. Rispondiamo così a chi ci chiede come facciamo a essere tanto ottimisti. È una domanda sempre più ricorrente e questa risposta spiega bene la nostra visione del mondo.

Perché lavorate con le grandi società?

Melinda: Lavoriamo con aziende del calibro di GSK e Johnson & Johnson perché hanno i mezzi per raggiungere obiettivi inarrivabili per le piccole imprese.

Prendiamo ad esempio lo sviluppo di nuovi strumenti diagnostici, medicinali e vaccini per le malattie della povertà. Lo sviluppo scientifico legato al prodotto avviene nei laboratori di ricerca e nelle università, ma se l’obiettivo è partire dalla teoria scientifica e tradurla in prodotti che salvano vite – testati, approvati e poi realizzati – sono le aziende farmaceutiche e di biotecnologia ad avere le competenze necessarie. I partner con cui lavoriamo devono fare in modo che tutti i prodotti sviluppati attraverso i finanziamenti della Fondazione siano disponibili a un prezzo accessibile.

Vogliamo che le aziende cerchino più opportunità per soddisfare le esigenze delle persone nei paesi in via di sviluppo. Se la nostra limited partnership li incoraggia a individuare potenziali nuovi mercati, ci sembra di aver raggiunto un buon successo.

Bill: Pensiamo che le persone povere debbano poter trarre vantaggio dalla stessa innovazione in campo medico e agricolo che ha migliorato la vita nelle zone più ricche del mondo. Gran parte di quell’innovazione viene dal settore privato. Ma le aziende devono guadagnare dai loro investimenti e questo significa che hanno poco interesse nel risolvere i problemi che colpiscono i più poveri. Noi cerchiamo di incentivare le imprese a dedicare parte delle loro competenze a questi problemi, senza che ciò comporti una perdita di capitali.

Per adesso gli esempi migliori arrivano dal settore sanitario. Alcune malattie della povertà richiedono nuovi vaccini e medicinali e, come ha detto Melinda, in questo campo sono le aziende di biotecnologia a eccellere. Ad esempio, stiamo finanziando due start-up che lavorano a un metodo perché l’Rna messaggero riesca a insegnare al corpo a produrre i propri vaccini. Potrebbe portare a una svolta nella cura di Hiv e malaria, ma anche dell’influenza e del cancro.

Qual è la ragione che vi spinge a donare parte del vostro patrimoni. Che cosa ne ricavate?

Bill: Non è perché ci preoccupiamo di come saremo ricordati. Vorremmo che in futuro malattie come la poliomielite o la malaria fossero solo un vecchio ricordo, e che quindi anche il nostro impegno fosse dimenticato con loro.

Abbiamo due buone ragioni. Una è che si tratta di un impegno di rilievo. Anche prima di sposarci, io e Melinda parlavamo di come, prima o poi, avremmo dedicato gran parte del nostro tempo alla filantropia. Crediamo sia una responsabilità imprescindibile per chiunque abbia capitali ingenti. L’uso migliore che si possa fare della ricchezza, dopo essersi presi cura di se stessi e dei figli, è restituirla alla società.

L’altra ragione è che ci divertiamo. Amiamo lasciarci coinvolgere dalla scienza che guida il nostro lavoro. In Microsoft mi dedicavo anima e corpo all’informatica. Con la Fondazione posso occuparmi di informatica e poi di biologia, chimica, agronomia e tanto altro. Passo ore a parlare con agronomi, con esperti di Hiv e poi torno a casa e non vedo l’ora di raccontare a Melinda quello che ho imparato.

È raro fare un lavoro che ti permette di lasciare il segno e allo stesso tempo di divertirti. Per me è stato così con Microsoft e lo è ancora con la Fondazione. Non riesco a immaginare un modo migliore per impiegare tutto il tempo che ho a disposizione.

Melinda: Siamo cresciuti entrambi con l’idea di dover lasciare un mondo migliore alle generazioni future. I miei genitori hanno fatto in modo che io e i miei fratelli capissimo l’importanza degli insegnamenti del cattolicesimo sulla giustizia sociale. La madre di Bill era nota – e suo padre lo è ancora – per il suo impegno in moltissime cause importanti e organizzazioni locali.

Quando abbiamo conosciuto Warren Buffett (imprenditore, economista e filantropo americano ndt), abbiamo scoperto che anche lui era cresciuto con gli stessi valori, nonostante fosse nato in un luogo e in un tempo diversi. E quando Warren si è affidato a noi per devolvere larga parte della sua fortuna, abbiamo moltiplicato i nostri sforzi per rendere giustizia ai valori che condividiamo.

È chiaro che non siamo gli unici a pensarla in questo modo. Milioni di persone danno il proprio contributo attraverso il volontariato o le donazioni. Noi siamo solo nella posizione, sicuramente privilegiata, di avere tanta ricchezza da devolvere. Il nostro obiettivo è mettere in pratica gli insegnamenti dei nostri genitori e fare del nostro meglio per rendere il mondo un posto migliore.

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Foto in evidenza: Steve Jurvetson