2/09/19

“Le parole sono di tutti” : Intervista a Luca Martinelli

Lotta al gender gap, sostegno alle lingue parlate da piccole comunità, totale privacy degli utenti per una vera libertà di espressione. Dal primo fundraising, la Wikimedia Foundation ha raccolto 90 milioni di dollari, tutti con l’obiettivo di una conoscenza condivisa.


Quando ci viene in mente qualcosa, la cerchiamo su Wikipedia. Il lavoro che c’è dietro è gestito a livello centrale dalla Wikimedia Foundation e in Italia la Wikimedia Association gestisce i progetti in lingua. Per capire meglio la divisione dei compiti ci viene in aiuto Luca Martinelli, giornalista e progettista culturale, amministratore di Wikipedia in italiano ed ex membro del direttivo di Wikimedia dal 2014 al 2017.

Martinelli, quali attività svolgete come Fondazione?

«Non mettiamo assolutamente le mani nei contenuti, che rimangono in quelle dei volontari che sono gelosi della loro autonomia. Noi curiamo la parte tecnica, tra cui la manutenzione e l’acquisto di nuovi server e lo sviluppo dei software. Ogni comunità linguistica può darsi regole proprie in totale autonomia rispettando i valori e le linee guida di Wikimedia Foundation. I collaboratori a titolo gratuito però vengono comunque sostenuti con la raccolta delle donazioni e la modalità più nota è quella del grande banner che chiede agli utenti di rinunciare a un caffè per sostenere chi fornisce loro l’accesso a gran parte dello scibile umano senza chiedere pagamenti di nessun genere. Di questi fondi oltre il 70% viene destinato allo sviluppo dei progetti collegati. In questa voce di spesa rientra l’assistenza legale a chi si trova nel mezzo di una controversia, un sistema di borse destinato a singole idee meritorie nei vari settori».

Nei prossimi anni quali obiettivi vi prefissate di raggiungere?

«Stiamo approntando la nostra “Strategia 2030”: un piano a lungo termine per sviluppare Wikipedia e i suoi progetti affiliati. Vogliamo capire cosa possiamo diventare dal punto di vista dell’offerta dei contenuti e della modalità di fruizione degli stessi. Destiniamo molte risorse anche alla lotta contro il gender gap, tanto negli autori degli articoli pubblicati nelle varie piattaforme quanto nelle varie forme della rappresentanza all’interno degli organismi associativi, e all’inclusione del Sud del Mondo all’interno del progetto in forme più solide rispetto a quanto è avvenuto finora. Poniamo la nostra attenzione soprattutto all’India, all’America Latina e all’Africa. Vogliamo dare sostegno anche a quelle lingue parlate da poche persone, in contesti in cui sono schiacciate e oppresse. Ad esempio in Sudafrica ci sono 12 lingue ufficiali ma i progetti più attivi sono quello in inglese e quello in afrikaans, le due lingue parlate dalla minoranza bianca. Con una struttura più forte le altre comunità si sentirebbero maggiormente integrate e meno alienate».

Quali differenze trovate nell’operare in due contesti molto diversi quali quello americano e quello europeo?

«Diciamo che queste differenze non scuotono molto la nostra struttura, anzi. Chi opera in California, dove ha sede la Wikimedia Foundation, deve rispettare le leggi americane e californiane, mentre chi scrive qui deve seguire le normative italiane ed europee. Questo in teoria può creare confusione ma al momento non abbiamo avuto particolari problemi, grazie alla versatilità del sistema e alla cura da parte degli utenti. Nel caso di Wikimedia Commons noi seguiamo le leggi di tutti i Paesi del mondo proprio per evitare di incappare in sanzioni che ci rallenterebbero inutilmente».

Chi collabora con voi e scrive di argomenti controversi spesso può finire in tribunale. Voi, come dicevate prima, lo sostenete legalmente?

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