3/02/21

L’economia globale deve uscire dalla sua comfort zone – intervista a Muhammad Yunus

Economista, attivista, banchiere, premio Nobel. Muhammad Yunus è una delle personalità più note dello scenario legato al Terzo settore e al non profit internazionale, e questo soprattutto per aver aiutato milioni di persone ad emanciparsi dalla povertà grazie al concetto di “microcredito”.


La banca fondata da Yunus, la Grameen Bank, nata nel 1983, è uno dei simboli di questa attività e nei decenni è diventata modello per il ruolo dei piccoli prestiti per attività che potevano in breve tempo attivare una sorta di circolo virtuoso nell’economia e nella società.

Un circolo virtuoso che ha al centro l’uomo, l’essere umano, con la sua potenzialità di poter essere in prima persona artefice del suo destino.

Al di sopra di questo, però, deve esserci un sistema altrettanto virtuoso delle organizzazioni, governative e non, pubbliche e private, che faccia sì che l’economia si rivolga al sociale, alla collettività, grazie a buone pratiche e a un modo diverso di interpretare le leggi del mercato.

Ora, secondo Muhammad Yunus è ancora più urgente capire quanto sia possibile poter agire invertendo la tendenza su quelle che sono le parole d’ordine del sistema ­mondo dell’economia sociale del futuro: inclusività, sostenibilità, consapevolezza.


Durante il periodo di massima emergenza da coronavirus, ha scritto un editoriale chiedendosi che tipo di economia vogliamo. Quale pensa sia la direzione da prendere, ora che teoricamente possiamo porci l’obiettivo di non ripetere gli errori del passato? Voltando pagina, cosa scrivere?

Prima della pandemia, il mondo era lanciato a tutta velocità verso il disastro tota­le. Gli scienziati ci avvertivano che il pianeta aveva i giorni contati: in pochi anni sarebbe diventato invivibile per gli esseri umani a causa del surriscaldamento globale.

La pan­demia da Covid­19 ha fermato il propulsore economico che ci stava portando a spron battuto verso il disastro. Ora le imprese e i governi, in tutto il mondo, mordono il freno per riaccendere i motori e riportare al più presto il pianeta nella situazione economi­ca in cui si trovava prima della pandemia.

Al con­trario, dobbiamo considerare la pandemia come un’opportunità per riconfigurare le direttrici economiche in modo che ci por­tino agli antipodi del punto di partenza. Si tratta di prendere una decisione. Una volta deciso, possiamo riorientare l’economia per approdare a un mondo sicuro, un mondo di condivisione anziché di depredazione.

Durante il periodo di massima emergenza da coronavirus, ha scritto un Lei ha molta fiducia nella forza di volontà dell’umanità, nelle sue capacità. “Niente è impossibile”, sostiene. Eppure attualmente viviamo in società con profonde disuguaglianze interne. Cosa abbiamo sbagliato finora? O forse ci sono degli assi nella manica anche nell’attuale sistema globale, e quali potrebbero essere?

Sì, credo fermamente che niente sia impossibile per gli esseri umani. Se non otteniamo un risultato per prima cosa mi viene il sospetto che non ci stiamo impegnando con la dovuta serietà. Il successo richiede dedizione totale. Se desideriamo realizzare qualcosa dobbiamo abbandonare la nostra rodata zona di comfort. Altrimenti è impossibile. Ancorandoci alle vecchie abitudini, alle vecchie mentalità, ai vecchi sistemi, ci ritroveremo con i vecchi risultati. La strada vecchia può portarci solo alle vecchie destinazioni. Per raggiungere una nuova meta dobbiamo costruire nuove strade

Sotto il profilo della formazione, quanto è importante che i programmi educativi inizino a prendere in considerazione un diverso corso di gestione dell’economia e degli affari pubblici?

Per riuscire a creare un mondo nuovo e migliore, va progettato un sistema educativo che incoraggi a liberarsi delle concezioni attuali per abbracciare un nuovo modus operandi. Il nuovo modello dovrebbe offrire ai giovani diverse scelte piuttosto che prepararli per una vita a binario unico.

Per avviarsi in questa direzione, oggi molte università hanno attivato centri, come ad esempio gli stessi Yunus Social Business Centres, per formare gli studenti nell’eco­nomia sociale, spingendoli a prepararsi a cambiare il mondo piuttosto che a diventare ricchi. Ottantasette università in 34 Paesi hanno aperto questi centri.

Sotto il profilo della formazione, quanto è importante che i programmi eIn questo momento storico i cittadini sembrano soffrire di un’estrema atomizzazione, quasi vi fosse una specie di disconnessione tra i loro movimenti, le loro richieste e i cambiamenti concretamente raggiunti. Penso, per esempio, al divario tra la richiesta di una maggiore sostenibilità, i #fridayforfuture, e le scelte concrete dei governi, le uniche con un effetto sostanziale nella lotta contro il cambiamento climatico. Lo stesso potrebbe accadere di fronte alla richiesta di un’economia più inclusiva, che ponga al centro i cittadini, la comunità e le imprese sociali, allontanandosi da forme di impresa volte unicamente al profitto e cieche di fronte ai bisogni reali delle persone. Che ne pensa? Eventualmente, come invertire la tendenza?

Mi sembra che il Covid­19 ci stia aiutando a schiarirci le idee e a trarre le conclusioni. Il mondo era immerso in un inarrestabile festino a suon di crescita, prosperità, boom delle Borse e rivoluzione tecnologica. La pandemia ha interrotto lo sballo.

La pandemia ha fermato la musica e ci ha dato la possibilità di guardarci intorno. Forse ci accorgeremo che la nostra casa sta bruciando. Abbiamo sempre saputo cosa fare per spegnere l’incendio, per proteggere noi stessi e il mondo. Ma, intossicati dai fumi del profitto, non riuscivamo a muoverci.

La pandemia ci ha costretto a prendere le distanze dal profitto, dandoci la possibilità di agire per salvarci dall’incendio. Abbiamo un’opportunità unica di impegnarci per creare un mondo all’insegna di tre zeri: zero emissioni nette di carbonio, zero concentrazioni di ricchezza e zero disoccupazione.

Come fare, lo sappiamo. Tutto sta a decidersi a farlo.

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