L’educazione fossile produce brontosauri

Quel che ho imparato andando a scuola ogni giorno, per almeno tredici anni della mia vita, è tantissimo ed è niente al tempo stesso.

Sono anni cruciali, tutti, quelli che vengono travolti dall’educazione scolastica, culturale, ambientale e sociale. Step by step e anno dopo anno diventiamo persone sempre più consapevoli e con sguardo sempre più proiettato verso il futuro, o così dovrebbe essere.

Certamente una forma di educazione che lascia il segno è quella che avviene anche dentro le mura di casa, non c’è dubbio; ma la scuola ha un ruolo spesso molto più totalizzante ed anche più completo, per la sua natura corale e per quella finalità ad attribuire un valore (tangibile, numerabile) a ciascuno.

La maggior parte di noi ha ricordi nitidi di tutte le fasi scolastiche, proprio perché quelle sono le prime vere esperienze che formano le nostre piccole persone e le accompagnano verso le età della responsabilità, della “maturità”. Eppure, chissà perché, non ci è dato valutarle come loro fanno/hanno fatto con noi.

E allora proviamo a fare un piccolo esperimento, un gioco. Proviamo a farlo adesso, inter nos.

La prima cosa che probabilmente ci verrà in mente è quello che la scuola non ci ha dato, quello che forse è un po’ mancato. Alcune discipline, strumenti utili per stare insieme agli altri e farlo nel più sano dei modi, un puro senso della comunità senza la necessità della competizione intestina.

Chi ha frequentato le scuole – senza andar troppo lontano nel tempo – tra gli anni ’80 e gli anni 2000, ha probabilmente introiettato una enorme urgenza di conoscere la matematica e la geografia (quali condicio sine qua non per debuttare nella società del lavoro), ma non ha forse ricevuto altro genere di “conforto” disciplinare, educativo, civico.

Si era così impegnati ad imboccare gli studenti con nozioni fatte, pronte, assodate e tramandate nel tempo, che poco si pensava ai mutamenti dei tempi correnti. Il “palinsesto scolastico” era già stato rodato così, perché cambiare qualcosa che funzionava da sempre e ovunque?

Se la nostra educazione civica, ad esempio, fosse stata meno marginale e più completa (si, è importante sapere il nome del Presidente della Repubblica e quali cariche detiene, ma è anche fondamentale conoscere la storia del razzismo, le sue radici, ad esempio) chissà se affronteremmo un tantino più consapevolmente questi temi, da grandi. 

Per non parlare della rapidità dei cambiamenti, del tempo che muta le cose, e lo fa trascinando con sé gli avvenimenti e il modo in cui li leggiamo. È dunque anacronistico e controproducente mantenere intatto un sistema disciplinare nel corso dei decenni. Sarebbe invece molto rassicurante sapere che la formazione culturale si adatta ai momenti storici e lo fa in armonia con le esigenze della società, dei bambini e delle bambine che di lì a “breve” reggeranno concretamente il mondo.

Proviamo allora a fare un passo indietro e definire davvero cosa significhi “formazione culturale”, perché se fino a qualche anno fa sarebbe stato lecito pensarla come l’insieme di “nozioni fatte, secolari, assodate e tramandate nel tempo” (autocit.), oggi non sarebbe solo improprio, ma anche pericoloso. Questa è l’epoca in cui abbiamo la responsabilità di smantellare credenze, porci dei dubbi, rimettere in discussione fatti e rimescolare le carte. Per questo processo fondamentale, di accrescimento culturale e sociale, non si può non partire dalla struttura del sistema scolastico.

Se anche la matematica e la geografia abbiano ancora oggi un ruolo primario, non possiamo non aprire gli occhi ed osservare con la stessa urgenza ad altre nuove discipline, quelle che potrebbero fornire gli strumenti per osservare con sguardo indipendente, critico e analitico, i temi attuali (altrettanto urgenti). Tematiche sociali, educazione sessuale, educazione al consenso, parità di genere, appartengono ad una sfera disciplinare non tenuta in considerazione (non in termini curriculari ed ufficiali) che richiederebbero oggi la stessa attenzione delle materie “vecchio ordinamento”, quelle del sussidiario.

E ancora, potremmo anche soffermarci sui metodi: la lezione frontale, l’interrogazione individuale, il compito con valutazione finale, è tutto giusto? È davvero indispensabile valutare gli studenti sulla base dell’argomento in corso, anzi – mi correggo – è davvero indispensabile valutare gli studenti?

Il giudizio, spesso espresso in numeri o lettere, per quanto ci sembri universalmente il metodo più concreto per tenere traccia dell’andamento scolastico di un/a alunno/a, è estremamente limitante. Ingabbiare, infatti, gli studenti e le studentesse in un voto o in una prova è riduttivo e non dà spazio alla complessità personale di ognuno/a di loro. L’intero sistema di valutazione ci ha, così, insegnato che “siamo” la nostra performance, ed è quella che definisce quanto valiamo in termini più assoluti. Nulla di più dannoso per lo sviluppo delle nostre proiezioni e per le nostre relazioni interpersonali.

Tanti interrogativi – qui in questo articolo ne abbiamo sollevato solo qualcuno, forse – e tante questioni andrebbero affrontate probabilmente dalle istituzioni, ma lanciare l’amo, parlarne e rendere più concrete le necessità di cambiamento, potrebbe essere un punto di partenza. Oggi abbiamo già la possibilità di vedere in atto iniziative scolastiche indispensabili, interventi e workshop extra curriculari, scuole politiche (es. Prime Minister, presente in tante città italiane da nord a sud) in cui si fa divulgazione e cultura in maniera diversa, ma l’obiettivo è che alcune discipline ed alcuni sistemi di formazione diventino pian piano parte integrante del percorso formativo universale. Ogni studente ed ogni studentessa deve oggi ricevere gli stimoli per gettare i propri sguardi sul mondo attuale godendo degli stessi strumenti e delle stesse possibilità.

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