L’etica pubblica è un terreno da curare

Chi ci segue in maniera più attenta, ormai saprà che abbiamo da poco lanciato un podcast. Una volta al mese, proviamo a capire che cos’è questo civismo: ci sediamo e parliamo di cittadinanza e partecipazione, ma anche di musica, ambiente, architettura, meme, social network, soddisfazione, rabbia, felicità. E già, perché – piccolo spoiler – “civico” è tutto quello che riguarda le persone e la società in cui vivono. 

Abbiamo aperto le danze, anzi i microfoni, con Maura Gancitano e Andrea Colamedici di TLON, scuola di filosofia, casa editrice e libreria teatro. Parlando con loro, è venuto spontaneo parlare di etica, morale e di etica pubblica.

Sì, ma sappiamo tutti cosa sono? 

Se la tua risposta è no (tranquillo/a, non la devi dire ad alta voce), allora noi ti suggeriamo di continuare a leggere. Se la risposta è sì…Beh, potresti fare lo stesso, che male non fa. 

Iniziamo con una banalità: i nostri valori guidano le nostre azioni. Se non professo alcuna religione, non frequenterò luoghi di culto; se sono vegetariana/o, non mangerò la bistecca al ristorante; se sono astemia/o, all’aperitivo mi berrò solo un succo di frutta, e via dicendo.

È vero, a livello elementare, ma per fortuna non è tutto qui. Questo per un motivo molto semplice: su questa Terra siamo 7 miliardi (quasi 8 ormai!). Se ognuno di noi guardasse il mondo unicamente attraverso le proprie lenti, sprezzante delle convinzioni e del conseguente agire altrui, vivere in società sarebbe pressoché impossibile.

Detto in altri termini, l’etica privata non può essere l’unico fattore che guida le nostre scelte quotidiane, ma è fondamentale avere presente il sistema valoriale degli altri (a meno che non si scelga di vivere come eremiti). E questo “tenere presente” è solo un aspetto, il più embrionale, di quella che chiamiamo “etica pubblica”.

Morale, etica, etica pubblica: un passo alla volta

Prima di continuare, chiariamo i termini del discorso: quando parliamo di valori parliamo di morale, che non è altro che l’insieme di credenze, norme (e valori, appunto) personali. L’etica rappresenta il passo successivo: comprende la morale, ma la integra ragionando su cosa, in base ad essa, è giusto o sbagliato fare. L’agire in un senso o in un altro nasce come conseguenza di questa riflessione.

L’etica pubblica, infine, sta su un gradino ancora più alto: è la riflessione su cosa è giusto aldilà delle morali individuali. Cerca di capire come includere, rispettandoli, i valori di ogni persona, permettendo la libertà di scelta e cercando un terreno valoriale condiviso.

Un compito non proprio semplice, insomma, ma fondamentale, soprattutto a livello collettivo. Secondo una visione condivisa, infatti, anche chi governa (e quindi chi decide per la collettività) deve inevitabilmente misurarsi con la morale di chi è amministrato (noi cittadini) e proporre delle soluzioni che si rifacciano a valori condivisi. Solo così queste regole potranno essere moralmente accettate, e quindi seguite. Per dirla con un esempio: immaginiamo un paese abitato in maggioranza da persone vegetariane. Ora, supponiamo che in questo fantomatico paese venga vietato il consumo della carne. È naturale pensare che questo divieto non creerà particolari problemi, proprio perché rispecchia un valore condiviso.

Quindi la riflessione dell’etica pubblica serve solo a governare più efficacemente? Beh, non proprio. Se dalla parte di chi detta le regole si raggiunge un certo obiettivo, dalla parte di chi vi aderisce, parallelamente, il risultato è una adesione convinta, sorretta da una forte motivazione morale e condivisa con altre persone. A chi non farebbe piacere vedere le proprie credenze e convinzioni rispecchiate in una scelta pubblica?

Viviamo in una società complessa

C’è un grosso ma, qui, ovvero:  non dimentichiamoci del fattore complessità. Nella società di oggi assistiamo ormai a quello che Weber chiamava “politeismo dei valori”: un radicale pluralismo culturale ed etico che rende inimmaginabile individuare dei valori comuni. In breve: siamo troppo diversi, è impossibile trovare un terreno su cui convergere, dunque è altrettanto impossibile basare le scelte pubbliche su quel terreno inesistente.

Oggi questa diversità emerge con particolare forza: il dibattito sui temi attuali (dai vaccini al Green pass, dall’immigrazione alla legislazione sociale) si fa sempre più acceso e a tratti aggressivo, a causa di una polarizzazione crescente e di visioni diametralmente opposte, apparentemente irriducibili tra loro. In un contesto simile, su cosa si può basare una scelta pubblica? O, in altre parole, come si raggiunge l’adesione più ampia e convinta possibile, se le persone la pensano tutte in maniera (radicalmente) diversa?

È da questa constatazione che si fa spazio l’idea di una “democrazia procedurale”: una democrazia ridotta ad un insieme di regole del gioco, indifferente rispetto alla morale e all’etica. Il meccanismo è il seguente: l’etica pubblica viene sostituita dall’assenso ad un modello procedurale, quindi ai cittadini non viene più richiesta la condivisione morale della regola (che sarebbe impossibile, in assenza di valori comuni), ma soltanto l’adesione al modello stesso di democrazia, e conseguentemente alle regole che ne scaturiscono. Quindi: non condivido la regola, ma la seguo perché credo nella bontà del sistema-democrazia in cui sono inserita/o.

A prima vista questa soluzione può sembrare efficace. Eppure basare la governabilità esclusivamente su questo meccanismo può rivelarsi rischioso, soprattutto se è la credibilità del sistema stesso a vacillare. Prendiamo ad esempio la pandemia (che ci è, ahinoi, così familiare): da uno studio del 2020 della Denver Business School dell’Università del Colorado è emerso che tra i fattori che hanno spinto le persone ad aderire alle regole anti contagio, molto è dipeso dalla percezione dell’azione dei governi. Dunque a una percezione negativa, e quindi alla sfiducia nel sistema, corrisponde la mancata adesione alla regola (frutto di quel sistema).

No, così quindi non va. A questo punto forse non conviene ripescare la riflessione sull’etica pubblica? È vero, resta il problema del pluralismo dei valori, insieme all’incredibile difficoltà di individuare un terreno valoriale condiviso. Eppure, se riuscissimo a farlo, potremmo finalmente conferire alla regola quella forza e stabilità date dalla condivisione morale, assecondando al contempo le esigenze dei destinatari.

Come fare quindi? Un primo passo potrebbe essere l’accensione di un dibattito pubblico: un confronto (e non uno scontro!) su quei temi che in maggior misura causano divisioni e polemiche. Solo dopo aver messo in chiaro quali sono le reali divergenze, si potranno trovare dei punti di convergenza, badando a non eliminare, ma piuttosto a comprendere, la diversità. Dopo tutto, se ci pensiamo, qualcosa in comune sicuramente lo abbiamo: siamo umani. Ed essere umani significa anche vivere insieme, nonostante la difformità di vedute.

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