L’utopia concreta di Adriano Olivetti

Il secondo Dopoguerra è stato segnato da personalità luminose, come quella che nel Canavese ha dato vita a un fare impresa globale ed unico al mondo, dove la cultura d’impresa era alla base della visione aziendale. Lo racconta Beniamino de’ Liguori Carino, presidente della fondazione Olivetti.

La creazione di una comunità attraverso la cultura e una precisa idea di economia sociale alla base di ogni cosa: come hai fatto tuoi questi concetti ereditati da tuo nonno? E quanto sono applicabili al momento storico attuale?

Attraversiamo una crisi profonda, la pandemia ha definitivamente messo a nudo le deformità strutturali dello sviluppo recente, le disuguaglianze anziché diminuire aumentano, l’emergenza climatica si è fatta evidente senza possibilità di essere smentita e la tenuta stessa della democrazia sembra per certi versi essere a rischio. La vicenda olivettiana testimonia che si tratta di un’utopia concreta, e le domande alle quali Olivetti con la sua impresa ha cercato di dare risposta sono le stesse che il nostro tempo continua a porci e alle quali è ancora urgente dare una risposta davvero convincente: ovvero come fare a dare vita a una società che sia materialmente progredita senza per questo essere interiormente imbarbarita, in cui rispetto, tolleranza e bellezza non siano voci prive di senso e in cui quella straordinaria capacità della nostra specie di saper creare, con il lavoro e con l’ingegno, ricchezza ed innovazione sia impiegata per servire un principio che non ha tempo e non ha luogo: il rispetto della dignità della persona umana.

L’idea di un’economia sociale mi pare, in questo senso, il punto di sintesi tra il Novecento, dove anche Olivetti operò, e l’attualità. Per questo, banalizzando, credo sia anzitutto un’intenzione politica, ovvero la necessità di dare a una società sempre più complessa uno strumento efficace per un nuovo paradigma di sviluppo.

Credi che possa essere attuato anche dalle aziende profit?

Direi di sì, a patto che il profit si lasci contaminare da quello che gli sta intorno. Questa differenza tra profit e non profit, se vogliamo, è già di per sé limitativa da un punto di vista logico nel senso che il profitto deve essere necessariamente indirizzato a soddisfare quella vocazione riformista che l’azienda dovrebbe avere nei confronti della società, oltre che, come è naturale, a gratificare gli investitori.

Adriano Olivetti non intendeva la fabbrica senza la sua vocazione sociale, è stato molto chiaro su questo; e probabilmente aveva ragione, perché se si sottrae a qualunque impresa umana la sua funzione sociale, questa diventa autoreferenziale e tende a non senti­re più nessun legame etico con ciò che gli sta intorno, che è a un primo livello il territorio in cui opera e le persone che lo abitano, e a salire la comunità nazionale e poi l’intera società in ogni sua articolazione.

L’eredità più autentica di Adriano Olivetti è proprio questa: l’idea che si possa coniugare il profitto con una visione sociale e politica progressista che si fonda sulla condivisione dei mezzi e dei fini attraverso l’alleanza tra i vari fattori che compongono una società, ovvero le imprese, le istituzioni pubbliche, le istituzioni culturali, le rappresentanze dei lavoratori e via dicendo.

Nel suo bellissimo discorso “Dovete conoscere i fini del vostro lavoro”, lo spiega molto bene: “Allora, amici, vorrete domandarmi: dove va la fabbrica in questo mondo? Cosa è la fabbrica nel mondo di domani? Come possiamo contribuire col nostro sforzo e col nostro lavoro a costruire quel mondo migliore che anni terribili di desolazione, di tormenti, di disastri, di distruzione, di massacri, chiedono all’intelletto e al cuore di tutti, affinché giorni così tristi né i nostri figli né i figli dei nostri figli e molte generazioni ancora dovranno, una seconda volta, affrontare? Ardua è la mia risposta e arduo il cammino per una nuova meta. Non pretendo oggi di rispondere esaurientemente all’interrogativo. Ma questo sta nel cuore di tutti voi, come una speranza che illumina la vostra giornata di lavoro, con una certezza che non renda vani i sacrifici già fatti e quelli che ancora sono sulla vostra strada. Cosa faremo, cosa faremo? Tutto si riassume in un solo pensiero, in un solo insegnamento: saremo condotti da valori spirituali. Questi sono valori eterni, seguendo questi i beni materiali sorgeranno da sé senza che noi li ricerchiamo” (Il mondo che nasce, Adriano Olivetti, Edizioni di Comunità).

E oggi?

Ci sono tantissime personalità nel mondo dell’impresa che si rifanno all’esperienza olivettiana. E in fondo sono tanti coloro che si pongono oggi le stesse domande che Olivetti si poneva: “Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente negli indici dei profitti? Non vi è, al di là del ritmo apparente, qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione, anche nella vita di una fabbrica?”.

Questa è una domanda la cui risposta, mi pare, sia davanti a noi e non nel passato.

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