Mind the (gender) gap

La conosciamo tutti –forse- quella famosa espressione inglese che rende evidente ai cittadini un pericolo che dice “Mind the Gap!”. Ci sono altri spazi però, non fisici, non calpestabili, che creano un vuoto nella società di oggi, cui bisogna prestare attenzione, da una parte e l’altra della banchina.

Se ne parla sempre di più, complice il fatto che sia uno dei temi principali dell’Agenda globale per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, che stiano emergendo sempre di più dati, e ancor meglio storie, testimonianze, esperienze, che fugano qualsiasi dubbio si possa avere in merito al divario di genere.

La linea di questo articolo non è quella di intontire chi legge con una serie di numeri, statistiche e percentuali: ritengo fondamentale fare prima un passo indietro, indagare e comprendere l’origine di una differenza, quella di genere appunto, che affonda le sue radici in tutti, tutti noi, in maniera inconsapevole.

Dicevamo, lasciamo un secondo le statistiche da parte. Lasciamo stare il macro, e guardiamo alle piccole cose, alle nostre stesse esperienze; io – ad esempio – non ricordo di una sola volta in cui mio padre sia venuto a prendermi all’uscita da scuola.

Lo so, sembrerà estremo. Forse lo è, ma tant’è.

Faccio un passo indietro, per rendere più ampio il quadro generale: ho avuto un padre molto presente, attento, innamorato della sua famiglia, pieno di risorse affettive, un papà buono. Adesso ripeto: io non ricordo di una sola volta in cui mio padre sia venuto a prendermi all’uscita da scuola.

Anche in casa mia, come in moltissime case ai tempi (e, con ogni probabilità, anche oggi) vigeva la regola della donna che si occupa della famiglia, del lavoro dentro le mura, e dell’uomo a cui competono i ruoli di sussistenza, previdenza, protezione (in senso ampio, ma anche e soprattutto economico).

Ricordo che per me era sempre strano che un papà non lavorasse, ma era la norma che una mamma non lo facesse. La “mamma” era di per sé un compito già assegnato e full time, appunto. Quello del papà si, lo era, nei limiti dell’impegno part-time, diciamo on top al lavoro vero, quello in ufficio (in cantiere, in studio, e chi più ne ha più ne metta).

Il papà incarnava a tutti gli effetti la figura del direttore dell’azienda (la nostra famiglia), alla mamma si addiceva più quella della segretaria. E se ci penso bene, questo oggi mi fa anche un po’ sorridere (oltre che riflettere) perché mio padre non è mai stato autoritario, non ha mai deciso lui per tutti, non ha mai preso il comando di nessuna situazione in modo autonomo e senza la piena collaborazione della moglie (mia madre). A pensarci bene, oggi, vedo più lei come figura con ruolo decisionale!

Ma allora perché, quasi di default, ai miei occhi quella era la suddivisione dei compiti?

Perché sono nata e cresciuta con un’idea preimpostata che divide nettamente le competenze, le attitudini e il posizionamento nel contesto socio-familiare.

In questo quadro generale di autoanalisi e introspezione, in cui ammetto, quindi, in tutta onestà di aver retto il gioco (da bambina, ma anche un po’ da adulta), mi chiedo se ci sia qualcuno a cui proprio stoni del tutto la visione generale (infantile, ma non solo) dei ruoli appena raccontata.

Non diciamo nulla di nuovo se parliamo di iniqua distribuzione del lavoro, assegnazione dei ruoli domestici, possibilità di retribuzione. Eppure siamo ancora qui a parlarne, anzi, forse non abbastanza. Perché viviamo in un contesto sociale e lavorativo che non solo mette all’angolo la donna dal punto di vista dei ruoli e del posizionamento gerarchico, ma la costringe anche alla certezza del Gender Pay Gap. A parità di ruoli, di mansioni, di responsabilità, è statisticamente provato che la donna guadagna in media il 17% in meno rispetto al collega uomo.

Da tale divario derivano due sostanziali conseguenze, che non possiamo sottovalutare e che dobbiamo, invece, penetrare a fondo: la prima è che la donna non potrà mai possedere gli strumenti per validare la sua posizione e quindi sarà sempre sostanzialmente preceduta in gradimento e valore dal suo collega uomo. E badate bene, non solo agli occhi del contesto circostante, ma ai suoi stessi occhi.

La seconda conseguenza, forse ancor più imprescindibile della prima, è che tra i due sarà più facile che ad abbandonare la “carriera”, il lavoro extra domestico, sia sempre lei. Rinunciare al reddito più alto non sarebbe certo la scelta più utile, soprattutto se di mezzo ci sta la famiglia! E poi diciamocelo, le donne hanno più attitudine a questo tipo di “impiego” (ah, no, ci sono cascata anche io nello stereotipo della donna-buona-solo-a-fare-la-mamma). 

Solo il 18% dei ruoli dirigenziali è ricoperto da donne e, per fare anche un riferimento concreto al contesto della politica (che molto si riverbera sulle nostre vite quotidiane), le sindache italiane donne ricoprono solo il 14% della totalità.

Mi chiedo, a questo punto, in che modo una donna oggi possa sentirsi sostenuta, incoraggiata e – mi sbilancio – anche un po’ “in diritto” di desiderare quel che gli uomini conquistano invece con naturalezza.

Io, ad esempio, (ancora una volta pienamente vittima di questo sistema) non mi sono ritenuta per anni valevole delle stesse condizioni sociali ed economiche rispetto ai miei colleghi uomini. Perché il contesto che mi circondava mi ricordava quotidianamente che non lo ero. Il punto di vista delle donne è, in questo senso, davvero fondamentale per comprendere che aria tiri, per toccare con mano il sentimento generale che ci investe quando parliamo di prospettive e speranze nel futuro. Chissà quante si sono sentite allo stesso modo in tutti questi anni… Chissà quante hanno osato ed osano quotidianamente immaginare e costruire il futuro che desiderano davvero.

Ancora una volta però, vorrei puntare sulla fortuna che ho avuto (e che molte mie colleghe, coetanee, compagne generazionali hanno) nel non mettere una sola volta in dubbio la necessità (personale e sociale) del mio ruolo attivo nel mondo. La maggior parte delle donne oggi sente il bisogno di scollarsi da un sistema che per secoli le ha ritenute personaggi spalla. Ma questo vale realmente per tutte? O si tratta solo di una condizione di “necessità di uguaglianza di genere” strettamente legata al contesto in cui viviamo, all’estrazione sociale, o al luogo di appartenenza? Certamente non possiamo ancora parlare di condizione unica e paritaria anche tra le donne stesse. E questa, penso, debba essere la nuova frontiera delle conquiste.

Passiamo dall’altra parte della banchina. Tutta questa enorme catena di montaggio patriarcale, di cui spesso lamentiamo gli effetti sulle donne e sula loro condizione (sociale, lavorativa, economica), abbia profondamente segnato anche l’esistenza degli uomini, e non positivamente come spesso siamo indotte/i a pensare, in un’analisi superficiale.

L’uomo ha, da sempre e per sempre, preso su di sé il carico dell’essere umano integerrimo, inscalfibile, lavoratore e fornitore di beni per moglie e figli; l’uomo è stato privato del diritto al turbamento, del diritto alla crisi (prerogativa essenziale della donna, invece, si sa) e, se vogliamo, del diritto al cambiamento. Così, non ha imparato a gestire le condizioni basilari dell’essere vivente, quelle emozionali. La sua imperturbabilità, universalmente attesa, lo ha privato di una fetta fondamentale dell’esistenza che – invece – gli spettava di diritto. Così anche il campo lavorativo lo ha fagocitato, rendendo lui soldato per la causa, e la donna ancella e factotum.

Sarebbe davvero interessante chiedere ad un bambino oggi in che modo immagina, durante la sua giornata, il papà e la mamma.

In questo senso – sarò forse un’inguaribile ottimista – io voglio credere che i passi avanti fatti trovino corrispondenza proprio in quelle risposte di chi vive oggi l’età dell’infanzia.

Voglio credere che le nuove generazioni possano vedere presente e futuro con un filtro meno opaco, meno tagliente rispetto a quello della mia generazione e, ancor di più, a quelle precedenti. Voglio credere che, lavorando sempre e sempre di più, gli ostacoli che impediscono di arginare il divario vengano passo dopo passo superati, abbattuti, scansati, e passare dal “mind the gap” al “close the gap”.   

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