“Non è un problema mio”. Sì, ma poi te ne restano mille

Nel contesto ampiamente dibattuto della pandemia e che più duramente ha sfidato le nostre vite, perlomeno in termini generali e collettivi, si è molto parlato del ruolo (fondamentale, su più fronti) dei mezzi di comunicazione di massa e social.

Ci siamo sentiti tutti soli, ma per fortuna non sempre, e per fortuna in alcuni momenti abbiamo avuto assaggi di normalità, di collettività (virtuale), di unione – ancora una volta – forse meno fisica ma certamente di energie e sinergie. Le connessioni che la società è riuscita a creare, approfondire e forse radicare nell’ultimo anno e mezzo, rappresentano il miracolo non solo dei potenti mezzi moderni ma soprattutto della volontà e della tensione umana al miglioramento

Uscire dalla bolla

Il “paradosso” su cui vale la pena di soffermarsi con uno slancio di ottimismo è quello che ha visto generazioni di persone a cui è stata momentaneamente tolta la possibilità di vivere le città e la collettività, ma che non hanno mai smesso di creare comunque delle connessioni profonde e, molto spesso, per le più giuste cause.

In questi mesi sono state innumerevoli le occasioni in cui ci si è dedicati, con spirito propositivo e voglia di cambiamento, all’importanza di affrontare temi delicati e spinosi, allargando così il parterre degli “ascoltatori” ma anche di coloro che da adesso hanno più motivi per rivoluzionare aspetti della vita quotidiana che necessitano di un cambiamento di rotta, bisogno improvvisamente chiaro.

Le riflessioni ad ampio raggio, nate proprio a partire da una rete che si è fatta ogni giorno più ampia e sinergica, sono il risultato di un flusso continuo di collegamenti tra persone, scambi e dibattiti, necessità di confronto e di apertura, sguardi più attenti verso ciò che succede fuori dalle nostre “bolle”. Tutto questo è stato possibile proprio perché ci si è fermati (termine abusato ultimamente), anche se in realtà abbiamo fatto tutto tranne che fermarci: abbiamo preso le nostre idee e le abbiamo messe a confronto con quelle degli altri, le abbiamo smontate e rimontate, ci siamo affacciati dal balcone con un’ampia vista sul mondo.

I problemi degli altri sono anche miei?

Tantissimi dei temi legati ad un contesto di attivismo sociale, di lotta alle abitudini disfunzionali di generazioni pregresse (con conseguenti ovvie ripercussioni su quelle moderne), hanno improvvisamente generato dibattito e partecipazione concreta di un numero elevatissimo di persone stimolate da riflessioni di cui si sentiva davvero il bisogno già da un po’.

I divari tra le classi sociali (certamente accentuati dalla pandemia), le dinamiche del mondo del lavoro e le disuguaglianze radicate al suo interno (tra tutte, le disparità salariali uomini-donne), le battaglie delle categorie marginalizzate e delle minoranze per il raggiungimento di uno stato di parità dei diritti, sociale ed economica, non sono più “un problema degli altri”.

E così tanti argomenti che forse un tempo sarebbero passati (ingiustamente) in sordina, hanno goduto di una cassa di risonanza senza pari, quella della “massa” che (oggi come mai in precedenza, avendo accesso alle informazioni e capacità di analisi) si è sentita coinvolta, parte attiva di un sistema da decostruire, proiettare a lungo termine e, per certi aspetti, riformulare.

Dal movimento del Black Lives Matter che è esploso nel maggio 2020 sebbene preesistente e ramificato già da molto tempo, è stata data enorme risonanza alla condizione attuale negli Stati Uniti (ma non solo) dei cittadini afroamericani, e poi con loro si sono interconnesse tutte le comunità ad oggi ancora purtroppo marginalizzate, come quelle LGBTQAI+. Una fetta enorme di cittadini ha preso possesso di consapevolezze diverse certamente più profonde e rispondenti alle realtà più o meno vicine a loro. Questa stessa fetta enorme di cittadini oggi più che mai ha capito l’importanza delle reti sociali per fare corretta informazione, divulgazione attiva e amplificazione delle tematiche civili.

La strada per il capitale sociale

È davvero interessante come la potenza degli strumenti e dei mezzi, unita alla passione e alla costanza di chi diffonde tematiche sociali e lotta per un modo più civile, abbiano davvero abbattuto le frontiere delle nicchie e raggiunto un pubblico più vasto. Le generazioni – anche le più lontane tra loro – hanno avuto la possibilità di intrecciarsi ai temi civici, magari con punti di vista differenti legati alle esperienze e al proprio point of view, ma ritrovandosi alla tavola rotonda del dibattito uniti da un sentimento comune di necessità di esperienze sociali altre e diverse, volte all’abbattimento di abitudini e automatismi radicati nei decenni (o addirittura nei secoli) e che per tanto, troppo, tempo hanno assopito le coscienze.

E adesso? Eliminare gli stereotipi ed indebolire – fino a far scomparire – le malsane consuetudini che interferiscono sulla ricostruzione del capitale sociale, è un processo che richiede attesa e pazienza. Sembra banale, ma ora non ci resta che fare leva, senza perdere di vista la meta, su questo meraviglioso wind of change e su quello che concretamente si sta facendo (da parte di ogni singolo individuo, ma anche in termini di dibattito socio-politico).

L’obiettivo è quello di continuare a portare avanti questo apparato di lotte e dibattiti e non dimenticarsi perché lo si fa, a prescindere dai risultati quasi mai immediati, e cosa ha portato le persone a creare una rete così vasta e così sintonica di voci, corpi e storie. Le grandi rivoluzioni si sono sempre fatte così, con una tensione crescente verso il coinvolgimento delle persone e le loro giuste cause; un cambiamento radicale e costante è possibile e lo toccheremo con le nostre mani, ma nel frattempo è necessario rimboccarsi le maniche e mettersi a lavoro, ora e insieme.  

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