Parità: il femminismo senza fare i “superiori”

Senza tanti giri di parole e puntando dritti verso l’obiettivo, partiamo da un grande assioma che non è affatto scontato: ripetiamolo tutti a voce alta, al nonno, allo zio, al dentista e al portinaio: femminismo non è il contrario di maschilismo!

Ok le vittorie dell’Italia in Europa tra musica ed eventi sportivi, ok i viaggi, le vacanze e il ritorno alla normalità (speriamo), ma sempre più di frequente ci si ritrova a fronteggiare, in presenza di amici e conoscenti (specie di sesso maschile), il dibattito riguardo all’importanza che le lotte femministe (espressione molto generica che proveremo ad approfondire qui in queste righe) rivestono anche in virtù delle vite degli uomini.

Probabilmente negli anni qualcosa è andato storto, proprio nel contesto di queste lotte, per cui si è verificato un fenomeno, partendo da un bias “linguistico” (pericoloso e profondamente errato), che allontana dalla parola “femminismo” numerosissimi potenziali protagonisti attivi, tra cui – appunto – gli uomini.

Il maschilismo si basa su principi di esclusione, di supremazia di un sesso sull’altro (“forte” vs “debole”, come ci hanno da sempre insegnato), sulla superiorità dell’uomo sulla donna di cui la cultura universale (occidentale tanto quanto quella orientale) è stata negli anni imbevuta e ubriacata.

Se così, su due piedi, il maschilismo venisse spiegato ai bambini, sarebbe automaticamente rigettato dalla loro purezza e visto come un male; potrebbe bastare questo come prova del nove per testarne il senso? Risposta: Sì!

Il femminismo corrisponde alla voce opposta rispetto a quello che abbiamo appena visto, ma non riguarda alcuna supremazia di nessun sesso, non include alcuna superiorità né maggior valore di un solo genere. Il femminismo è la tensione verso la parità, l’apparato di ideali che sono volti a generare un sistema egualitario che non ammette disparità e, per questa basilare ragione, sacrosanto.

Dicevamo, talvolta chi ha a cuore il tema e le sue argomentazioni, incappa in ampie e, certe volte, difficili disquisizioni con persone, spesso di sesso maschile (ma non solo!), che faticano a riconoscere (o proprio sconoscono) la necessità, del movimento femminista, di uguaglianza e di raggiungimento della parità. I feedback che spesso si ricevono o – quantomeno – si elaborano, conversazione dopo conversazione, sono confusi e profondamente dannosi, e il risultato finale è che si crea un divario a causa delle incomprensioni sul tema, delicato e al contempo frainteso.

Il femminismo non è un estremismo! E non ci stancheremo mai di ricordarlo a tutti coloro che credono sia così. Tutti i valori su cui si fonda il movimento rigettano ogni tipo di supremazia, e lo fanno perché – per secoli – la supremazia ha fatto vittime (nell’ambiente domestico, sociale, professionale, politico).

Questo mega, complesso, labirintico sistema che vede soprattutto (a malincuore) le donne in prima linea, per vivere e per continuare a raggiungere i risultati che si prefissa (per convenzione, distinguiamo le sue “ondate” a partire dagli anni 60 sino ad oggi, piena terza ondata di movimenti e lotte), necessita di un corpo di battaglia eterogeneo, ampio e senza distinzioni (di età, razza, genere).

Chiariamo, è fondamentale: il femminismo non vuole attaccare nessun tipo di virilità e i maschi potranno continuare ad essere legati – giustamente – alla loro natura, anche appoggiandone i valori. Se non credete a queste parole, provate a chiedere agli uomini femministi che conoscete… perché, ne conoscete, vero?!

*piccola provocazione, sì, ma davvero sarebbe bello ed utile avere una risposta!*

Esistono moltissimi uomini che hanno ben compreso quello di cui si sta parlando qui, uomini schierati con lo stesso spirito e mossi dalla stessa voglia di giustizia, con idee lucide e condivisibili. Tantissimi degli uomini comprendono perfettamente le dinamiche di cui sopra, i problemi che non solo esistono ma sono duri a farsi estirpare e – cosa più importante e più bella – sostengono che quei problemi lì appartengono anche a loro, e che le dinamiche ormai impiantate con radici robuste sotto il nostro suolo inficiano anche la loro quotidianità.

In un saggio di Rebecca Solnit, dal titolo provocatorio e sferzante “Gli uomini mi spiegano le cose”, questi uomini vengono definiti “buoni alleati”, e per quanto ci si possa trovare allineate ed allineati con quanto Solnit scrive all’interno del suo libro, sarebbe un po’ spiacevole forse “limitare” il loro ruolo a quello di “alleati”. Se, infatti, la battaglia diventa condivisa, allora è davvero di tutti, con un fronte comune che non vede categorie in prima linea ed alleati che seguono o che agiscono in seconda battuta.

La liberazione femminile è stata spesso classificata come un insieme di azioni volte a deturpare il potere maschile e di tentativi per annientare i loro privilegi. Ma perché continuiamo a concepire come conditio sine qua non il prevalere di un sesso rispetto ad un altro? Perché con la parola “privilegio” si intende per forza di cose la condizione di superiorità di qualcuno e non la possibilità di vivere con diritti (e doveri), in piena correttezza, di ognuno di noi?

Si può essere liberi e libere insieme. Si può essere degni e degne del medesimo rispetto, senza per forza dover appartenere al côté sociale ritenuto ad oggi superiore, quello maschile.

E’ chiaramente utopico sperare che, in quattro e quattr’otto, dalla faccia della terra si dissolva quella tendenza alla “sovranità”, quella voglia di dominare, che è insita nell’essere umano perché così gli è stato inculcato da secoli e secoli di storia. Però è bello poter sostenere a gran voce che tutto ciò che rende liberi/e uomini e donne risiede al polo opposto rispetto al dominio, rispetto alla ricerca del potere gli uni sugli altri.

E più saremo a pensarla così, più sarà tangibile quella parità – e libertà – che favorirebbe ed eleverebbe ogni essere umano (che bel mondo sarebbe!).

Essere femministi/e significa credere nella possibilità che uomini e donne possano godere delle stesse opportunità e che le loro vite abbiano lo stesso valore, che il loro supporto ed apporto sociale venga valorizzato in uguale misura, che appartenere ad un genere non sia mai più così rilevante in termini di merito e ottenimento di risultati e possibilità.

Non è affatto scontato che le persone, siano esse lontane o vicine a noi e al nostro modo di pensare, siano a conoscenza dei benefici universali dei risultati raggiunti sino ad oggi e del valore comune di un movimento che porta con sé un termine etimologicamente legato alla “femmina”, che in luogo di rassicurare a volte, ingiustamente e dannosamente, spaventa. Però che gran potere avremmo, se sfruttassimo la possibilità di affrontare il dibattito anche solo con una persona, anche solo una volta. Magari daremo il via ad un domino di argomentazioni che ne spingono altre, una dopo l’altra, magari avremo indotto una o più riflessioni che cambieranno la vita di qualcuno, magari semplicemente servirà a noi stessi come esercizio personale di analisi ed elaborazione del contesto circostante.

Dati Istat aggiornati al 2019 rilevano che gli uomini ottengono in media il loro primo impiego all’età di 25 anni, mentre le donne a 28. Le donne che vivono da sole con figli sono inoltre sette volte più numerose degli uomini.

In Europa solo un terzo dei ruoli manageriali è ricoperto da donne, mentre in Italia la percentuale scende al 27%.

Sempre in Europa, il 79% delle donne svolge attività domestiche regolarmente, contro il 34% degli uomini; in Italia la percentuale delle donne sale all’81% contro il 21% degli uomini.

Sfruttando questi numeri, possiamo facilmente comprendere che il divario italiano è amplificatore di un fenomeno sociale diffuso su più larga scala, ancora oggi difficile da estirpare.

Una riformulazione dei ruoli (professionali e domestici), che sia paritaria ed uniformemente ripartita, rappresenterebbe la base per l’equilibrio su cui si struttura una società civile.

E uomini adesso a voi chiediamo di non fermarvi davanti al pensiero dilagante e superficiale che il femminismo è solo roba da donne. Vi chiediamo di non guardare alla parità di genere come la minaccia dei nostri tempi, ma come l’opportunità che si presenta anche alla vostra porta. Le battaglie che vengono condotte non mirano a sacrificarvi, ve lo possiamo giurare! Non fermiamoci all’apparenza della terminologia, perché il movimento non esclude generi, anzi li coinvolge tutti nella sua propensione all’equilibrio e alla giustizia. Quello femminista non è un match in cui si guarda un tabellone che segnala i diversi punteggi, ma si tratta di una prova (intensa e difficile) su un campo che abbraccia ciascuno di noi, e punta alla bellezza stratosferica della parità.

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