Parola da salvare: legame

Circondati dai fili che nella nostra vita ci hanno unito alla nostra comunità, è quando siamo in difficoltà, come individui e come società, che ci rendiamo conto di quanto quei fili che a volte ci sembravano briglie, fossero in realtà un abbraccio.

Prima di scivolare nella banalità, i cliché linguistici si sono imposti con la forza della rivelazione. Bello come il sole, genio e sregolatezza, correre a perdifiato: la prima volta che sono state pronunciate, queste formule hanno brillato di qualcosa che somigliava molto alla verità. Poi la spinta brutale della ripetizione, al modo di ogni routine, ha finito per restituirli all’ombra. Frasi vuote, buone per riempire un silenzio. Ma guai a pensare che, pure se non ne vediamo più la luce, quelle verità abbiano smesso di splendere.

Nella caterva di cliché con cui impigriamo il pensiero, ce n’è uno che tutti – giornalisti, netturbini, politici, impiegati, posatori di parquet – ci siamo trovati a recitare: l’uomo è un animale sociale. Queste sei parole sono state declamate tante di quelle volte che oggi suonano logore, svuotate. Eppure, a scandirle una volta ancora, cercando di liberarle dalla patina della ripetizione facile, viene da chiedersi se esista una definizione che isoli meglio la natura dell’uomo.

Animale sociale.

Da un lato, il sostantivo animale fa piazza pulita di quell’illusione di superiorità che l’uomo si ostina a vantare sulle altre creature. Dall’altro, l’aggettivo sociale innalza l’eccezionalità delle sue intenzioni. In parole più semplici e dirette: da soli si conta ben poco, è il legame con gli altri a regalarci un carattere, degli obiettivi e, soprattutto, un significato.

Legame è una parola verso cui viene naturale esercitare una certa ambivalenza: se spesso godiamo dei legami che siamo stati in grado di allacciare, altrettanto spesso viviamo i legami consolidati come un freno a libertà e aspirazioni, alla nostra incontenibile speranza e capacità di essere nuovi. E così si finisce per cascare ciclicamente nel grande inganno: l’idea che possiamo fare a meno degli altri, l’idea che possediamo una singolarità capace di toccare l’assoluto alla fine di un’ascesa solitaria. 

È una convinzione che ci può attraversare individualmente, quando per esempio a vent’anni abbiamo sogni ben affilati, che affettano ogni disincanto; o quando, di fronte a un successo inebriante, siamo immediatamente pronti ad attribuircene merito e gloria; o, ancora, quando una qualche forma di intuizione trascendentale ci fa sentire unici, nel privilegio o nella miseria. Ma è una convinzione che ci può attraversare anche come comunità: capita quando teorizziamo sistemi politici ed economici che al singolo, alla sua fame e alla sua determinazione, affidano ogni fortuna sociale.

Poi succede qualcosa, perché prima o poi succede sempre qualcosa: può avere la forma di un licenziamento, di un malore, di una pandemia, di una crisi economica, di un’inevitabile inversione di fortuna, o semplicemente di una profonda solitudine, e allora ci si guarda intorno, e ciò che più spaventa non è l’imprevisto: è scoprirsi slacciati.

Slacciati e impostori, rendendosi conto che tutto quello che abbiamo ottenuto, ogni risultato raggiunto, ogni traguardo tagliato di cui ci siamo fatti vanto, non ci è mai appartenuto interamente, è stato il risultato della somma dei legami che siamo stati in grado di intrecciare, la fiducia che siamo riusciti a suscitare negli altri. È stato facile dimenticarcene finché il vento è stato favorevole, ma questa fiducia diventa la prima preghiera quando il vento volge in tempesta. E allora il legame è più di un affetto, è una casa: come questa, è il luogo da cui, a volte, abbiamo bisogno di scappare – e mai come in questo tempo sentiamo forte questa urgenza – ma a cui, invariabilmente, siamo destinati a tornare. È quel riparo che non copre soltanto lo spaesamento che segue un insuccesso ma accorda una possibilità, la sola che resta, di essere umani davvero.

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