Potrei, ma non voglio…donare | Parliamo di Giving Tuesday

Partiamo da un dato: nel 2020 la ricchezza mondiale ammontava a circa $418.3 miliardi. Un numero con così tanti zeri che a stento riusciremmo a scriverlo (e infatti non lo facciamo).

Ma c’è qualcosa di ancora più incredibile di questa valanga di soldi: il modo in cui sono distribuiti. Secondo il Global wealth report del 2021, l’1.1% della popolazione mondiale detiene il 45.8% di questa cifra immensa (qualcuno ha messo in scala la ricchezza dei 400 americani più ricchi e di Jeff Bezos, il fondatore di Amazon: prendetevi del tempo per scrollare un po’).

Sembra banale sottolineare che abbiamo un macroscopico problema di distribuzione della ricchezza. Come agire? Le soluzioni non mancano a dire il vero, e vengono invocate a gran voce da più parti (investimenti pubblici, iniziative private, imposizione fiscale più equa e via dicendo).

Oggi però, in occasione del Giving Tuesday, ve ne proponiamo una in particolare: donare. Ma cos’è Giving Tuesday?

Si tratta di un’iniziativa nata a New York nel 2012, quando la Fondazione 92Y Street e le Nazioni Unite hanno pensato di fare qualcosa insieme per “combattere” i fenomeni del Black Friday e del Cyber Monday. E se invece di investire soldi – e tempo – nella ricerca di un nuovo televisore o di un altro ciondolo di Pandora per sistemare il regalo di Natale di amiche madri fidanzate, ci si dedicasse agli altri e alle altre?

Donare, sì. L’impegno filantropico potrebbe essere proprio una delle chiavi per, se non azzerare, almeno ridurre questa elefantiaca disparità.

Sebbene in Italia le donazioni (soprattutto quelle legate all’emergenza sanitaria) siano aumentate nel corso del 2020, il trend per il 2021 è nuovamente e drasticamente in calo. Se la generosità è una delle possibili strade, quindi, purtroppo non è la più battuta.

Ma per capire davvero perché chi ne ha la possibilità non dona di più, quale miglior modo se non parlarne con uno dei diretti interessati? Abbiamo pensato di chiedere a il signor Richie Rich, facoltoso imprenditore e tra le 100 persone più ricche del mondo secondo la classifica di Borfes. A confrontarsi con lui c’è la dottoressa Gift, Presidentessa di un’associazione filantropica operante a livello nazionale.

Grazie a tutti e due per essere qui oggi. Inizierei con una domanda per il Sig. R: le chiedo innanzitutto, Sig. R, a quando risale la sua ultima donazione (se ne ha fatte).

R. Uhm, mmh. Non ricordo bene. Forse a qualche anno fa, mio figlio mi ha obbligato. Era per un ospedale credo, o comunque qualcosa di medico.

Benissimo. Mi sembra quindi di capire che lei non è solito donare.

R. Già, non proprio.

Per qualche motivo in particolare?

R. Le sembrerà strano, ma anche io ho delle spese a cui pensare. Sa, gli investimenti, i costi legati alla mia impresa, al personale, la famiglia da sostenere. Queste cose hanno chiaramente la precedenza… il mio è uno stile di vita costoso da mantenere. E per quanto riguarda quello che rimane, beh… dovrò anche pensare al futuro e alla mia vecchiaia.

G. Vorrei intervenire, se non vi spiace.

Prego dottoressa G., proceda pure.

G. Grazie. Sig. R., lei non pensa che pensare al suo futuro significhi anche pensare agli altri? Il senso degli enti filantropici come quello che presiedo è proprio donare, erogare beni e servizi per persone svantaggiate e per organizzare attività di interesse generale. Per il bene comune, insomma, che poi è anche il suo. Lei pensa che non la riguardi?

R. Beh non sto dicendo questo. Dico solo che forse i miei affari mi riguardano più da vicino? E comunque, se in generale ciò che dice è sensato, a doversi occupare del bene comune non è in primis lo Stato?

Sig. R, quindi secondo lei è lo Stato a dover supportare questi enti e in generale queste iniziative?

R. Esatto. Dopotutto, io pago regolarmente le tasse e mi aspetto che quei soldi vengano usati dallo Stato anche per questo.

G. In astratto è tutto vero, e mi piacerebbe che fosse tutto così semplice. Eppure sono sicura che anche lei si renda conto che lo Stato da solo non ce la fa a soddisfare i bisogni della società, soprattutto dei meno abbienti. Per questo gli enti come il mio, ma in generale tutto il Terzo settore, sono fondamentali. E per funzionare abbiamo bisogno di fondi, di donazioni da persone che se lo possono permettere, come lei. Solo così possiamo usarli per ridurre le disparità.

Sig. R., lei pensa che lo Stato possa farcela da solo?

R. No, forse no. No di certo. Sicuramente il suo ente è molto utile dottoressa G… Però ecco, chi mi dice che siano tutti enti affidabili quelli a cui dovrei dare i miei soldi? Chi mi sa dire con certezza dove vanno a finire le mie ipotetiche donazioni? Non mi dica che il rischio truffa è inesistente.

G. In questa sua diffidenza, Sig. R, percepisco una certa pigrizia. La fiducia è un rapporto che richiede tempo e fatica, questo è vero, ma il primo passo per costruirla è informarsi. Ha mai visitato un sito di queste organizzazioni? Sono sicura che potrebbe trovare una risposta esaustiva alle sue domande. Le organizzazioni devono fornire informazioni il più possibile complete e trasparenti sulla struttura e sui progetti che chiede di sostenere tramite la donazione. Parlo di una spiegazione chiara della propria missione, nomi degli organi di governo e di controllo, finalità, modalità di realizzazione, costi, tempi, risultati attesi. Altro aspetto fondamentale sono i bilanci economici e i rapporti annuali delle attività intraprese, insieme alla chiara destinazione dei fondi ottenuti.
Spesso chi non dona lo fa per una questione di diffidenza, come il sig. R, eppure basterebbe una ricerca approfondita per fugare ogni dubbio. Tornando alla domanda di prima, quante ricerche di questo tipo ha svolto, Sig. R?

R. Beh, non molte, di certo non così approfondite. Forse è davvero come dice lei, e dovrei approfondire di più…

Sig. R, stando così le cose, pensa che informandosi adeguatamente sulla destinazione dei suoi soldi donerebbe di più?

R. Sicuramente aiuterebbe. Ma anche facendo tutte le ricerche possibili sulla trasparenza di questi enti, mi chiedo comunque perché dovrei essere io a donare. Cioè, perché non chiedere a chi è più ricco di me? Dubito che quello che potrei dare io farebbe la differenza.

G. La percezione di non poter avere un impatto significativo è molto comune, soprattutto quando le disparità sono così profonde da sembrare irrisolvibili. Eppure scaricare la responsabilità sugli altri mi sembra solo un modo per non affrontare il problema. Molte organizzazioni, informando sulla destinazione dei fondi, rendono conto dell’impatto di una donazione anche minima (e parlo di qualche euro al mese!!) sulle attività intraprese; solo leggendo queste informative si può rendere conto dell’enorme impatto di un atto di generosità anche risibile, soprattutto se continuato nel tempo.

Sig. R, lei pensa che una mancata donazione sia meglio di una piccola donazione?

R. No, non stavo dicendo questo, non mi metta in bocca parole non mie. Dicevo solo che magari c’è qualcuno che potrebbe dare più di me. Sa, mi immagino il donare come qualcosa che deve essere per forza molto grande e scenico. Ha presente le donazioni miliardarie di Bill e Melinda Gates? Ecco quelle sono le donazioni che contano.

G. A questo punto però mi chiedo quale sia il senso del donare per lei. Per definizione la donazione è un atto disinteressato, di pura generosità. Ma qui mi sembra di capire che lei sia più interessato all’eco mediatico della sua generosità, piuttosto che sul fare del bene in sé.

R. No, mmmh, no certamente. Di certo non è male vedersi riconosciuta una buona azione, ma non è la mia prima preoccupazione. Preferisco essere ricordato per il mio lavoro, la mia attività imprenditoriale…

Torniamo alla domanda inziale, vi va?

La conversazione con Richie Rich ci ha confermato che ci sono una serie di barriere alla generosità: bisogni personali che vengono anteposti a quelli degli altri, una sfiducia sistemica nei confronti delle organizzazioni verso cui donare, la percezione – sbagliata – che le buone azioni siano legittimate solo se fratte in grande, e in grande stile. Le parole di Richie Rich, peraltro, non sono che una riflessione condivisa da tanti, dai super ricconi a qualche scala sociale più in giù. Eppure, basterebbe fermarsi un attimo per capire che sì, si può fare la differenza, anche se non si è Bill o Melinda Gates.

Foto di Giorgio Trovato su Unsplash

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