Rimettere al centro la socialità | CIVIC 6

L’altro capitale, il capitale sociale, è quello di cui si tende a parlare di meno. Oscurato dalla posizione dominante che da troppo tempo ormai si è guadagnato il capitale finanziario. Spesso confuso con il tema dello sviluppo del capitale umano, quasi fossero concetti sovrapponibili. Più recentemente spiazzato anche dall’attenzione per il capitale naturale, oggi alla ribalta perché riletto in termini di sostenibilità e di chiamata all’azione per far fronte alla crisi climatica. In poche parole, il capitale sociale non è un concetto che gode di grande fortuna ai nostri giorni.

Si parla di meno di capitale sociale per almeno due motivi: l’onda lunga dell’affermazione dell’individuo e uno slittamento di significato che ha portato a vedere nel “sociale” un sinonimo di svantaggio o marginalità. In entrambi i casi si tratta di tendenze all’opera già da tempo e che hanno scavato dall’interno la cultura contemporanea installandosi nel suo nucleo più profondo.

L'ascesa dell'individualismo

L’affermazione del primato dell’individuo e la sua prevalenza rispetto alla società e la comunità, ha caratterizzato gli ultimi decenni cominciando a manifestarsi già a partire dalla fine degli anni Sessanta. Prima, negli anni della ricostruzione post-bellica, era prevalso un movimento di segno opposto. Dopo la guerra lo sforzo di ripartire si era tradotto nel fermento di una missione comune. In quegli anni il tema più avvertito era quello di ricostruire le basi della convivenza, materiale e non solo. E questo sforzo, compiuto insieme, era alla base di un senso di solidarietà capace di imporsi sulle differenze ideologiche e sociali. Solidarietà infatti finalizzata alla crescita di una sempre più numerosa classe media che permetteva, per la prima volta, un sostanziale miglioramento delle condizioni di vita su basi di massa. La partecipazione allo sforzo collettivo veniva premiata dal benessere finalmente alla portata di molti, e quindi anche il senso di appartenenza sociale ne guadagnava.

La generazione successiva, nata negli anni del boom economico ha monopolizzato la ribalta fino ai nostri giorni e che è responsabile del rovesciamento di prospettiva che ha portato all’idealizzazione del sé. A differenza dei propri padri, il problema con cui si confrontavano i baby boomer non era quello di ricostruire una società uscita distrutta dalla guerra, bensì quello di dare espressione alla propria individualità in un contesto di benessere ormai consolidato.  

Nel 1962, alla vigilia della contestazione studentesca, The Port Huron Statement of the Students for a Democratic Society aveva tracciato il manifesto della nuova generazione americana, incardinato sull’idea che fosse necessario liberare il potenziale di ogni individuo attraverso “self-cultiva-tion, self-direction, self-understanding, and creativity”.

Dal rock al movimento femminista, dalla cultura militante alla contestazione della famiglia tradizionale, in pochi anni il panorama si trovò sconvolto da grandi movimenti di massa. Sull’onda potente di nuovi linguaggi, nuovi gusti, e di conseguenza nuovi consumi, le aspirazioni libertarie in pochi anni si diffusero in tutto il mondo, provocando mutamenti irreversibili e segnando una frattura profonda con la società tradizionale. Quella, per semplificare, della triade “Dio, patria e famiglia”.

Il sociale, ovvero chi resta indietro

Da allora è cominciato un lungo processo che ha condotto, una tappa dopo l’altra, a ripensare il ruolo dei legami sociali, ritenuti sempre meno determinanti per il percorso di affermazione individuale. O concepiti, al massimo, come un lubrificante – dato per scontato – delle relazioni di mercato. Anzi, i legami sociali sono stati considerati dei veri e propri ostacoli sul cammino verso la responsabilizzazione individuale, come sottolineava provocatoriamente nel 1987 Margaret Thatcher: «There’s no such thing as society. There are individual men and women and there are families. And no government can do anything except through people, and people must look after themselves first». Al centro della scena si collocava l’individuo con la sua rivendicazione di irriducibile soggettività e felicità individuale.

La questione è che la generazione che si formò dentro quel passaggio è quella che si è insediata al potere negli ultimi cinquant’anni, costituendosi come il nuovo establishment. E la conquista della soggettività, che ne fu la bandiera, è stata determinante nell’assegnare al termine sociale un significato che – quando non addirittura negativo come nel caso della Premier britannica – comunque ha assunto un valore residuale.

Nella prospettiva di una società di individui, impegnati principalmente nella realizzazione di sé e nella ricerca individuale della felicità, occuparsi di sociale ha finito per significare prendersi cura delle patologie anziché della fisiologia della vita collettiva. Tutto quel che riguarda il sociale, dalle politiche pubbliche alla filantropia, è stato fatto coincidere fondamentalmente con il problema di chi resta indietro.

Questa epocale trasformazione è stata studiata con straordinaria efficacia da Robert Putnam nel suo Bowling Alone, che venti anni fa ha tracciato un ritratto ancora attuale della crisi del capitale sociale in America. Usando l’esempio del gioco del bowling, che dopo gli anni Sessanta ha visto l’aumento del numero dei praticanti ma parallelamente ha conosciuto il crollo delle associazioni e dei club in cui questi erano soliti riunirsi per giocare insieme, Putnam metteva in luce il declino di quel sistema di relazioni su cui la società americana ha fondato la propria vitalità sociale.

Disimpegno politico, minore partecipazione agli eventi pubblici, costante perdita di iscritti delle organizzazioni di volontariato e civiche – dai gruppi religiosi alle associazioni di genitori, dai sindacati ai boy-scout, senza eccezioni – erano indicati da Putnam come il segno di un progressivo ripiegamento nella sfera privata. Le cause di questa tendenza erano due: l’individualizzazione dei media (prima con l’avvento della televisione e poi con quello di internet) ma soprattutto il “cambio generazionale”. Proprio nel senso dell’entrata in scena, come si è detto, di quei baby boomer per i quali il valore del capitale sociale era passato in secondo piano rispetto al valore della conquista del sé.

Si può fare inversione di rotta?

Il grande problema che oggi si pone, quindi, è se questa traiettoria si possa invertire. Quando Peter Berger e Thomas Luckmann scrissero nel 1966 La realtà come costruzione sociale, il centro della loro analisi era il meccanismo quasi miracoloso attraverso cui “il sapere che condividiamo con gli altri nel corso della normale, autoevidente routine della vita di tutti i giorni” diventa la base dell’ordine sociale. Una società sana ha alla base un consenso generale su ciò che occorre per farla funzionare: è questo senso comune, intimamente civico, a far sì che ciascuno di noi agisca in base a ciò che sappiamo tutti, confidando che gli altri facciano lo stesso.

Come risulta chiaro dall’esempio più banale: se nel traffico ogni macchina si ferma al semaforo rosso non è semplicemente per ubbidienza alle leggi – sappiamo infatti che non ci saranno mai abbastanza poliziotti per farle rispettare – ma dipende, piuttosto, dal fatto che stiamo creando ordine insieme e quindi ci possiamo fidare gli uni degli altri. È per questo che non si può fare a meno di una cultura cooperativa condivisa, capace di generare fiducia interpersonale diffusa.

La continua perdita di capitale sociale, ci dice James Coleman, sociologo statunitense tra i primi a definire il capitale sociale, si può correggere dando vita a nuove istituzioni sociali piuttosto che limitandoci a rimpiangere nostalgicamente quelle vecchie e sorpassate.

Ora che la generazione che ha vissuto l’ascesa di una società di individui ha cominciato a uscire di scena, principalmente per motivi anagrafici, abbiamo una possibilità concreta. Nella storia i passaggi generazionali sono spesso coincisi con dei cambi d’epoca. La Next Generation sembra consapevole dell’importanza di voltare pagina, restituendo al termine “sociale” il suo significato primario. Speriamo che la conoscenza degli errori del passato e la riscoperta, nella crisi pandemica, di quanto le nostre vite dipendano dai comportamenti altrui servano a far imboccare una nuova strada.

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