15/10/20

F come Filantropia

ABCivic è la rubrica per riscoprire i termini alla base della cultura civica.
Parole complesse e a volte buttate al vento: il nostro obiettivo è quello di riacciuffarle, rifletterci sopra, dare loro il giusto spazio tra le righe così come nei discorsi.  
Perché il cambiamento sociale passa anche attraverso la parola.

F come filantropia.

Un’attività riservata alle élite, o un movimento di cui tutti sono protagonisti?


La filantropia è un atto sociale, non una semplice transazione economica, e come tale è il prodotto del proprio tempo e dei luoghi in cui si sviluppa.

C’è stato un periodo storico in cui si pensava che fosse un’attività riservata ad una élite abbiente mossa da intenti caritatevoli, e un tempo in cui viceversa il concetto di filantropia ha espresso il senso di una solidarietà che impegnava tutti i membri di una comunità indipendentemente dal loro reddito.

Lo spettro dei significati di questa parola è molto ampio, per questo è importante capire qual è oggi il contesto in cui nel nostro Paese si può parlare di filantropia e perché ha senso adoperarsi per una sua diffusione. La storia delle idee può aiutare a superare pregiudizi frettolosi e ragionamenti per schemi.

Dalle descrizioni di Tocqueville della società americana, nei primi anni dopo la conquista dell’indipendenza, emerge un’idea di filantropia legata al tema delle riforme politiche e sociali, in tutt’uno con la creazione di una visione comune del bene pubblico. Una filantropia che agisce per il cambiamento.

William Beveridge, l’architetto del welfare state inglese, poté affermare che la lotta alla povertà, per la sua vastità, doveva essere un compito dello Stato più che dei singoli privati. Convinzione che è prevalsa per decenni nelle società europee, fino ai nostri giorni.

Allo Stato, dunque, il compito di farsi carico dei bisogni sociali primari, mentre ai ricchi filantropi il compito di contribuire al miglioramento della società finanziando musei, collezioni d’arte, sale concerti, biblioteche o parchi. Un intreccio che legava sempre più strettamente le motivazioni altruistiche con aspirazioni di status e prestigio sociale.

Non sorprende quindi la scarsa simpatia che il concetto di filantropia ha suscitato negli anni ruggenti del welfare pubblico. Quando questo si espandeva senza sosta e rispondeva, perlopiù efficacemente, a un numero crescente di richieste affioranti dalla società, di fronte al mare dell’ intervento pubblico, le gocce della filantropia apparivano come poca cosa, oltretutto con un retrogusto elitario.

Ma anche questa fase, come sappiamo, ha cominciato a declinare. Nel nuovo scenario, quello in cui viviamo, le risorse pubbliche stentano a soddisfare i bisogni sociali o addirittura si contraggono, lasciando scoperti interi settori che prima erano un ambito riservato all’intervento dello Stato, quando invece i bisogni continuano ad aumentare, anche per effetto della crescita delle disuguaglianze economiche e sociali. Quindi diventa sempre più urgente mettere in campo nuovi modelli di intervento, mobilitando risorse private, anche a causa della crescita della complessità sociale.

La combinazione di complessità sociale e crisi fiscale dello Stato sta dunque riportando sulla scena la filantropia. Pesano sempre di più le incertezze sul futuro del lavoro, il disagio indotto dalla mancanza di prospettive economiche, gli effetti della disgregazione delle comunità. Fenomeni che riguardano una parte di popolazione più ampia rispetto a quella statisticamente classificata come area della povertà. Legati a una serie di ansie che permeano categorie e gruppi sociali che fino a non molto tempo fa si consideravano al riparo da rischi e pericoli, mentre oggi vivono in uno stato di crescente insicurezza, sottoposti a sfide più sfuggenti, e perciò più inquietanti, per le quali i punti di riferimento tradizionali non valgono più.

In questo nuovo quadro, figlio della complessità sociale, la filantropia si spoglia di ogni aspetto connesso al prestigio e allo status sociale e si concentra sulla dimensione dell’impegno civico e del cambiamento sociale. I protagonisti in questo caso non sono né i grandi donatori né le imprese, ma la gente comune.

Con ciò si ritorna ad un’idea di filantropia che riguarda il cambiamento sociale: una filantropia, appunto, popolare. Filantropia come impegno civico. Ovvero, fondamentalmente, un modo tramite il quale le persone danno forma alla visione morale di ciò che considerano “bene”.

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