26/10/20

Cosa significa “Economia sociale”?

Economia sociale: un termine ancora poco utilizzato in Italia, ma che si sta finalmente facendo strada nei documenti della Commissione europea. Ne parla Gianluca Salvatori in un articolo pubblicato su Vita (numero di settembre 2020)


In Europa sta per aprirsi la partita del Piano d’azione per l’economia sociale. A Bruxelles entro questo autunno saranno avviate consultazioni aperte per arrivare ad un documento definitivo da approvare nella seconda metà del 2021. L’obiettivo è definire la cornice concettuale e operativa entro cui far agire i programmi di spesa dei prossimi anni, inclusi quelli dei Fondi strutturali 2021-2027. 

La sovrapposizione con l’avvio del nuovo settennio di finanziamenti comunitari offre al Piano l’opportunità di risultare più incisivo della Social Business Initiative messa in campo a suo tempo dalla commissione Barroso. Ci sono le premesse perché il suo contenuto non resti una dichiarazione di principio ma riesca ad indirizzare l’uso di fondi di “peso”, come il Fondo sociale europeo e il Fondo europeo per lo sviluppo regionale. Una buona ragione quindi per dedicarsi al tema evitando di affidarsi a concetti incerti o lacunosi, come invece in passato è appunto avvenuto con il termine social business.

Finalmente nei documenti della Commissione europea si fa strada l’idea di economia sociale. Per di più rafforzata dagli effetti della crisi Covid 19, che ha ridimensionato la fiducia nei mercati autoregolati riportando in auge la necessità di coniugare sviluppo economico e sviluppo sociale.  Mai in questi ultimi decenni le condizioni sono state altrettanto favorevoli ad un approccio meno unilateralmente mercatista all’economia. Più ancora della crisi del 2008, la pandemia ha reso necessario ripensare la tendenza che ha visto le ragioni dell’economia prevalere su quelle della società.

Per non sprecare quest’occasione serve però che il concetto di economia sociale non resti un’etichetta sbiadita e generica da applicare ad ogni genere di contenitore. Benché infatti l’idea di economia sociale sia molto più radicata nella storia europea di altri concetti – come appunto quello di social business, tentativo mal riuscito di trapianto culturale dal mondo nordamericano – non per questo è sempre chiaro a cosa si riferisca. Tanto meno in sede europea.

Sono almeno tre le versioni che potrebbero contendersi l’attenzione di Bruxelles, cercando di influenzare l’impostazione del Piano d’azione. E grossomodo coincidono con altrettante tradizioni nazionali.

Schematizzando brutalmente: c’è quella spagnola, che dal 2011 può contare su una specifica legislazione nazionale, fortemente basata sull’esperienza cooperativa e tendente a restringere il campo alle organizzazioni di impresa già consolidate; c’è quella francese, che si muove maggiormente sul registro della trasformazione sociale (e infatti si presenta sempre come economia sociale e solidale), più aperta alla sperimentazione di nuove forme giuridiche a condizione però che l’accento sia posto sulla solidarietà sociale; e c’è quella tedesca, rocciosamente ancorata ai principi dell’economia sociale di mercato, che distinguono nettamente tra organizzazioni non profit e imprese governate secondo principi di responsabilità sociale e partecipazione dei lavoratori.

In Italia si fa poco uso del termine economia sociale. Il confronto, anche in sede scientifica, fatica ad uscire dalla nicchia e certo non è stato aiutato dalla scelta di posizionarsi su concetti, come economia civile, poco utilizzati fuori dai nostri confini nazionali. Ma a prescindere dalle espressioni usate il dibattito italiano sull’impresa sociale, rinvigorito dal recente processo di riforma legislativa, ha il potenziale per contribuire alla costruzione del nuovo piano d’azione europeo, al pari dei paesi citati se non addirittura con più creatività. Specie in funzione di una visione ampia dell’economia sociale, in grado di combinare insieme la tradizione cooperativa, le nuove forme di imprenditorialità sociale e il processo che vede molte organizzazioni non profit ampliare le attività commerciali per sostenere la propria crescita a  fronte della costante diminuzione del sostegno pubblico. Quel che in altri paesi si tende a dividere, da noi è oggetto di convergenza. Anche attraverso forme nuove di collaborazione tra pubblico e privato.

L’Italia si conferma così, nei fatti, un laboratorio di innovazione sulla economia sociale. Il punto è: riusciremo a far valere questa originalità in vista dei prossimi appuntamenti comunitari? I presupposti non mancano, ma da soli non bastano.

Gianluca Salvatori