26/10/20

Dopo il Covid la Merkel non balla più da sola

di Gianluca Salvatori

EU4Health è il programma UE per la salute, che si pone come sfida la cooperazione tra i paesi membri per ridisegnare la sanità post Covid.


Diciamo la verità. Non pensavamo che le epidemie potessero ancora abbattersi sui paesi sviluppati, con sistemi sanitari ben strutturati e strutture mediche di eccellenza. Ne avevamo perso memoria. Convinti, in fondo, che la libera circolazione di un virus fosse sinonimo di arretratezza. Roba da paesi poveri.

Invece abbiamo scoperto a nostre spese che così non è. I virus non distinguono chi infettare in base al reddito. Inoltre, abbiamo dovuto imparare nostro malgrado che anche tra i sistemi sanitari che garantiscono assistenza universale le differenze possono essere rilevanti. Se per le malattie del nostro tempo – tumori, diabete, patologie cardiovascolari e respiratorie – il modello centrato sul paziente ospedalizzato e sull’intervento nella fase acuta si è mostrato vincente, una “anacronistica” epidemia da coronavirus va tenuta al contrario il più possibile lontana dalle strutture ospedaliere. Meglio un sistema di igiene pubblica e medicina territoriale basato sulla prevenzione e sugli interventi domiciliari, coinvolgendo comunità e organizzazioni di terzo settore. Ovvero, il contrario della direzione seguita dall’Italia da qualche anno a questa parte, specie in Lombardia, la regione più colpita.

Ci sarà quindi parecchio da fare per ridisegnare la sanità post-Covid. Magari dando un’occhiata a quei paesi che sono stati colti meno alla sprovvista, in quanto hanno potuto contare su sistemi sanitari più bilanciati tra cure ospedaliere e cure di prossimità. E profittando dell’iniziativa – passata finora in sordina – con cui la Commissione europea ha proposto un investimento di 9,4 miliardi di euro per finanziare il rafforzamento della sanità pubblica europea. Si chiama EU4Health ed è un programma che andrebbe tenuto d’occhio per più di un motivo.

Innanzitutto, nasce dalla mobilitazione congiunta di Angela Merkel e Emmanuel Macron, leader di due tra i paesi la cui sanità ha reagito meglio alla pandemia. L’obiettivo è ridurre la dipendenza dell’Europa da altri paesi (leggi Cina e Stati Uniti) nel campo della ricerca bio-medica e in quello della fornitura di dispositivi medici e prodotti farmaceutici. È un segnale limpido che l’Europa se vuole può agire insieme anche al di là dei limiti e degli ambiti fissati dai Trattati.

In secondo luogo, è un’iniziativa che si propone di creare massa critica, ben oltre il potere negoziale dei singoli Stati membri, per controbilanciare in nome dell’interesse pubblico il peso dei giganti farmaceutici. E, fatto ancor più straordinario, si muove non solo in nome della sovranità europea in tema di accesso alle cure mediche ma estendendo questa opportunità anche ai paesi più vulnerabili. 

La prima applicazione di questa nuova strategia, che quindi non è destinata a restare un proclama di carta, riguarda lo sviluppo di vaccini per il coronavirus. La Commissione europea ha cambiato schema di gioco, sparigliando le carte. Con 2,4 miliardi di euro messi sul piatto per lo sviluppo di un vaccino anti Covid-19, presi dal fondo per l’emergenza, Bruxelles ha deciso di centralizzare l’investimento anticipandolo per conto degli stati membri.

Cooperazione più stretta anziché competizione: l’UE si è proposta come gruppo di acquisto per accelerare lo sviluppo dei nuovi vaccini, così non dovremo dipendere da altri. Ma non è tutto: ha anche previsto di prenotarne l’acquisto per conto dei paesi a basso reddito che non appartengono all’Unione. A fronte della pandemia la scelta europea è di facilitare l’accesso a quanti ne hanno bisogno. L’esatto contrario di quel che hanno provato a fare gli Stati Uniti con il goffo tentativo di assicurarsi l’opzione sui vaccini sviluppati da alcune aziende europee, in nome del principio trumpiano “America first”.  Un tentativo frustrato dalla cancelliera Merkel che, allertata delle mire americane sulla azienda Curevac, ha imposto un limite agli eventuali acquisti stranieri di aziende biotech tedesche.

Insomma, meglio non distrarsi perché quando nel prossimo semestre la presidenza dell’Unione europea passerà alla Germania, con queste premesse potremmo restare sorpresi da un’accelerazione verso un’integrazione comunitaria più stretta, quantomeno tra gli Stati disponibili. Sta a vedere che l’emergenza sanitaria, sotto la spinta dei cittadini intimoriti per la propria salute, finisca per farci apprezzare di nuovo il progetto europeo, dopo molti tentativi falliti di fusione a freddo.

Articolo pubblicato su Vita.it (luglio, agosto 2020)