29/12/20

I won this election by a lot! …Ah no?

Art. 21 Cost. «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione».


In questa nostra attualità, l’esigenza di acquisire contenuti tra i più disparati può essere facilmente soddisfatta come mai prima nella storia dell’Uomo: dai documentari sulla Rivoluzione Francese ai porno, dalle sentenze della Corte Costituzionale alle regole della Briscola, l’accesso alle informazioni è un’attività che, rispetto al passato, assume dei livelli di facilità paragonabili soltanto alla semplicità con cui è possibile diffondere le stesse informazioni e gli stessi contenuti. In questo contesto, in cui emergono dubbi e dibattiti relativi ai nuovi media e alla censura, agli algoritmi e alle bolle informative, alla democrazia immediata e al complottismo, il tema della libertà d’espressione diventa una sfida: come trattarlo? come parlarvene?

In effetti, il costituzionalista (e quindi figuriamoci noi che non lo siamo) prova sempre un certo imbarazzo quando arriva a trattare dell’art. 21 Cost. Questo perché, quando si parla di diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, si sta facendo riferimento ad un concetto disciplinato da diverse norme, che addirittura, a volte sono apparentemente in contrasto tra di loro.

Il problema, qui, è che, le norme che regolano il tema in esame sono state emanate in periodi storici molto diversi tra loro: in questo senso, sono evidenti le differenze tra il Codice Penale, entrato in vigore nel 1930 (in pieno fascismo), e la Costituzione, entrata in vigore nel 1948 (cioè dopo la caduta del fascismo). L’art. 21 Cost., in poche parole, era inconcepibile sotto il regime del passo dell’oca.

Ma non è tutto: poiché l’art. 11 Cost. conforma l’ordinamento italiano a quello internazionale (se interessa, troverete un bell’articolo sul tema in questo stesso blog, e sì, ci stiamo facendo pubblicità), qui assumono rilievo le norme della Convezione Europea dei Diritti dell’Uomo e della Carta europea dei diritti fondamentali.

A tutto ciò, infine, si aggiunga l’interpretazione di queste norme fornita dalle corti competenti: la Corte costituzionale e i Giudici ordinari, per quanto riguarda le norme interne; la Corte europea dei diritti dell’Uomo (CorteEDU) per la CEDU, la Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE), per quanto riguarda la Carta Europea.

Insomma, tantissimi sono i dubbi, e sicuramente la presenza di così tante leggi (e così tanti giudici!) non semplifica il tutto. A questo punto, potremmo approcciarci al tema mediante una discussione filologico-epistemologica, ma l’unico risultato che raggiungeremmo è la consapevolezza che adoriamo le parole complicate: per questo motivo, vorremmo più modestamente affermare due o tre idee chiare attorno alla libertà di manifestazione del pensiero, o libertà di espressione, che dir si voglia; due o tre idee che possano essere una bussola nel nostro tempo tanto confuso e incerto.

La prima idea fondamentale è che occorre distinguere la libertà di pensiero (o di opinione) dalla libertà di manifestazione del pensiero (o di espressione). La seconda idea è che, se la libertà di pensiero è, per sua stessa natura, intrinsecamente incomprimibile e, quindi, non è soggetta ad alcuna limitazione, la libertà di manifestazione del pensiero può essere limitata.

È chiaro: come impedire a qualcuno di pensare? Come limitare l’assoluta libertà del pensiero? Sarebbe impossibile.

Al contrario, nel momento stesso in cui il pensiero si esprime attraverso un comportamento umano (sotto qualsiasi forma: parola, scritto, ecc.), il comportamento può, per sua natura, essere soggetto alle limitazioni che talvolta sono necessarie per permettere ad un gruppo organizzato (che sia lo Stato, la Comunità internazionale, l’Unione Europea, il gruppo del bridge) di sopravvivere pacificamente. In questo senso, la libertà di espressione abbraccia molti ambiti: dal diritto all’informazione, al segreto (di Stato, professionale, d’ufficio o giudiziario); il tutto, passando dalla disciplina dei media di massa. Occorre, quindi, comprendere quali siano le limitazioni possibili della libertà di espressione, e fino a che punto ci si possa spingere, per lo meno, per quanto riguarda il contesto italiano.

Innanzitutto, occorre tenere a mente che la Corte costituzionale si attesta, di norma, su posizioni di estrema cautela sulle limitazioni alla libertà di espressione (pensiamo alla tolleranza mostrata in ambito di “divieto di ricostituzione del partito fascista” contenuto nella XII disposizione finale della Costituzione). Tra l’altro, buona parte dei reati in materia sono stati depenalizzati con la legge no 85 del 2006.

In linea generale, sono ammesse soltanto due categorie di limiti: quelli derivanti dallo stesso art. 21 Cost. e quelli desumibili dalle altre disposizioni di rango costituzionale. In questo senso, vige una regola aurea: se la libertà di espressione contrasta con un’altra libertà costituzionalmente rilevante, questo contrasto non porta in automatico ad una limitazione della prima. Al contrario, deve essere effettuata una comparazione in concreto che si fondi unicamente sul criterio della “ragionevolezza” (art. 3 Cost., che vedremo in qualche prossima puntata). Prendiamo due esempi che possano aiutarci.

Il buon costume. Esso rinvia alla sfera sessuale, ed è una nozione che la Corte costituzionale interpreta in senso evolutivo, cioè di pari passo con le necessità della società che evolvono in un dato momento storico. Chi ha visto il film Nuovo cinema paradiso, probabilmente ricorda che, nei primi minuti, il parroco censura le scene con baci appassionati facendole tagliare dalle pellicole (con profondissimo disappunto degli avventori del cinema): è evidente che nella provincia siciliana degli anni ’50, una censura di questo tipo fosse assolutamente in linea con il contesto culturale dell’epoca. Ed ancora, si pensi alle pubblicità degli anticoncezionali, considerate contrarie al buon costume fino agli anni ’60.

I reati di opinione. Essi pongono problemi dal momento che, qui, esprimersi significa “proporre un modello di azione”, di concretizzazione del pensiero: si pensi alla propaganda, all’apologia, all’incitamento, all’istigazione. Tra questi, oggi è massimamente importante la “pubblicazione di notizie false o tendenziose”, punita dagli artt. 501, 656 e 657 del Codice penale. In questi casi, la Corte costituzionale ritiene che la manifestazione del pensiero sia punibile in quanto idonea a determinare direttamente l’azione pericolosa per la sicurezza e l’ordine pubblico. In sostanza, la Corte considera in astrattoqueste norme penali come conformi alla Costituzione; essa si riserva, comunque, una valutazione in concreto: l’espressione del pensiero è, caso per caso, idonea a originare un’azione pericolosa?

Insomma, ciascuno è libero di pensare ciò che vuole, ma la libertà di esprimere e manifestare tale pensiero non può essere assoluta. Io posso ben pensare fesserie atomiche e molto pericolose, come che un nero non valga quanto un bianco, che un ebreo abbia minore dignità di un ariano, che l’unione omosessuale equivalga all’unione tra uomo e animale, o che le donne non possano essere magistrati per chissà quale ragione; ma non posso esprimere e manifestare tale pensiero senza ledere la dignità altrui: in tal caso, potrò essere, giustamente, sanzionato.

Ed ancora: il Presidente degli Stati Uniti è liberissimo di pensare di avere vinto le elezioni presidenziali e di essere vittima di un complotto mondiale che vede coinvolti Hugo Chavez, Fidel Castro, George Soros e Pietro Gambadilegno, ma, siccome questi fatti sono palesemente falsi, esercitare la libertà di dichiararli mette in pericolo una serie di valori fondamentali di quello Stato, legati al normale processo democratico statunitense

In questo senso, parlando di libertà di espressione, si capisce la grande distinzione tra la morale (anche religiosa) e il diritto: se davanti a Dio si risponde dei propri pensieri, di fronte allo Stato non si risponde che delle proprie parole, opere e omissioni.  Concettualmente, è per queste ragioni che bisogna diffidare di coloro che, con la scusa di battersi per la libertà di espressione (o di pensiero) stanno invece lottando per la “libertà” di ledere diritti fondamentali altrui, attraverso l’utilizzo della parola.

Costitu-zone è una rubrica a cura di: Paola Dabbicco, Giovanni Miccolis, Lorenzo Nencini e Francesca Rotolo.

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