26/09/20

La Business Roundtable e la responsabilità sociale d’impresa

La Business Roundtable è un termometro affidabile degli umori delle grandi imprese statunitensi.

Dal 1978 elabora periodicamente i principi di buona governance ai quali si impegnano volontariamente le maggiori aziende USA. Ed è una formidabile vetrina in cui i più influenti amministratori delegati espongono le proprie convinzioni su come dovrebbe andare il mondo e sul ruolo delle big corporation. Non perdendo occasione per elencare con enfasi i grandi principi lungo i quali intendono tracciare la propria rotta.

Nel corso dei decenni la Roundtable ha visto alternarsi visioni più o meno orientate ai principi della responsabilità sociale, registrando come un pendolo il cambiamento negli atteggiamenti della business community.

Nel 1981, poco dopo la sua creazione, la parola d’ordine era che agli azionisti dovesse essere assicurato un giusto ritorno, senza dimenticare però gli interessi legittimi di tutte le altre categorie coinvolte dalle attività delle imprese. Nel 1999, prevedibilmente, la musica era cambiata e il principale obiettivo dell’impresa era individuato nella creazione di ritorno economico per investitori e proprietari. Scomparso ogni riferimento a soggetti diversi, a prevalere incontrastata era la teoria della massimizzazione del profitto a vantaggio esclusivo dei detentori dei diritti di proprietà.  Infine, l’anno scorso, sull’onda delle prese di posizione innescate dalle dichiarazioni di Larry Fink, ceo di Blackrock, e seguite a ruota dai leader d’impresa riuniti tra le montagne innevate di Davos, anche la Business Roundtable si è convertita al tema del purpose. I 181 amministratori delegati che ne fanno parte hanno solennemente dichiarato, amplificati dai media di tutto il mondo, che le loro aziende non avrebbero più perseguito il proprio fine esclusivo, bensì si sarebbero fatte carico dell’interesse di tutti i propri stakeholder, senza eccezioni.

Così, ad un anno di distanza, la Fondazione Ford (non esattamente un covo di attivisti avversi al capitalismo) è andata a vedere come 600 tra le più grandi imprese americane e europee – un campione più numeroso quindi degli aderenti alla Business Roundtable -avessero affrontato la crisi scatenata dalla pandemia. Per vedere quanto social impact positivo fosse stato prodotto e quale purpose le avesse guidate nei mesi funestati dal Covid-19.

Non troppo sorprendentemente, il responso è stato secco e inappellabile: “dall’inizio della pandemia – scrivono gli autori dello studio – la dichiarazione della Business Roundtable ha mancato di produrre sostanziali cambiamenti nella missione delle aziende, proprio quando questo sarebbe stato più necessario”. E, rincarando la dose, il New York Times qualche giorno fa ha dedicato allo studio della Fondazione Ford un articolo dal titolo “Profits still come first” in cui smonta la retorica dello stakeholder capitalism e delle do-good companies, oggi tanto popolare.

La narrazione secondo cui gli interessi degli shareholder e quelli degli stakeholder si sarebbero magicamente allineati, una volta che le aziende avessero fatte proprie le alate dichiarazioni di principio dei propri amministratori delegati, si è infranta contro il ritorno alle vecchie pratiche al primo segnale di crisi. Il NYT, in particolare, cita come esempio di incoerenza Marc Benioff, il ceo di Salesforce, che in questi anni si è particolarmente distinto come apostolo del nuovo corso etico del capitalismo americano (evangelista dello stakeholder capitalism, lo definisce l’articolo). Nello scorso mese di agosto, nel bel mezzo della pandemia, Benioff non ha esitato a licenziare più di 1000 dipendenti, con buona pace di lavoratori e comunità locali, proprio mentre annunciava una chiusura del trimestre con il risultato record di 5 miliardi di fatturato. A dimostrazione di quanto sia ancora lungo il cammino verso un’idea di impresa non fondata principalmente sulla massimizzazione del profitto.

Che conclusione trarne? Innanzitutto, che le dichiarazioni da sole non bastano.  Il tema della responsabilità sociale delle imprese è troppo importante per farne solo l’oggetto di strategie di comunicazione. E prima di pensare a forme di ibridazione che estendano il concetto di impresa sociale fino a renderlo inutilizzabile, è bene riflettere sull’importanza di meccanismi, anche istituzionali, per rendere irreversibile l’impegno sociale delle imprese.  Altrimenti, al prossimo giro, non dovremo sorprenderci se il pendolo tornerà sulle posizioni di chi sostiene che la sola responsabilità sociale dell’impresa è fare profitti.

di Gianluca Salvatori