25/02/20

La sfida dell’Europa: essere equi per essere sostenibili

Disuguaglianze, povertà, precarietà, disoccupazione: importanti sfide sociali che, nei giorni in cui l’attenzione è catalizzata dal green deal, l’europa non può mancare di considerare. Una strategia europea di sviluppo che sia davvero sostenibile deve, infatti, essere forte sul fronte della giustizia sociale. Lo ricorda Gianluca Salvatori, segretario generale di Fondazione Italia Sociale, tra le pagine di Corriere Buone Notizie


In Europa non tutto è green deal. Certo, cambiamento climatico e sfide ambientali ci impongono di ripensare a come consumiamo, viaggiamo, lavoriamo. E inevitabilmente l’economia europea deve adattarsi al nuovo scenario, gestendo la complicata transizione verso l’obiettivo dichiarato di diventare entro il 2050 il primo continente climate-neutral. Difficile però dimenticare dove ci ha portato una visione dello sviluppo debole sul fronte della giustizia sociale.

Già a Lisbona, venti anni fa, capi di Stato e di governo dei Paesi membri dell’Unione avevano solennemente proclamato
che saremmo diventati la più competitiva e dinamica economia della conoscenza entro il 2010. Non è andata come si sperava.
A due decenni di distanza il tema centrale oggi è quello della divaricazione sociale. Le minacce alla coesione affliggono la maggior parte delle società europee, in misura diversa ma comunque allarmante. La diversità a lungo rivendicata dall’Europa rispetto ad altri modelli di crescita, radicata in lungimiranti politiche sociali e in un welfare invidiato, è stata scossa nel profondo.

Le conseguenze si misurano in termini di insoddisfazione cronica e protesta sfiduciata, che hanno colpito tanto i governi nazionali quanto le istituzioni europee. Accanto alle altisonanti dichiarazioni sulla riconversione ecologica della nostra economia i vertici UE, consapevoli di non essere mai stati poco amati come in questo periodo, stavolta hanno riservato un’attenzione più meditata ai problemi della coesione sociale del continente.

Benché in pochi se ne siano accorti, almeno in Italia, Ursula von der Leyen ha accompagnato la presentazione del green deal con una seconda comunicazione. Il titolo parla da solo:
Una forte Europa sociale per una transizione equa.
È un testo che prende atto di come le sfide demografiche, i rischi di esclusione sociale, l’erosione dei sistemi di protezione, la precarizzazione
del mondo del lavoro, siano gli elementi di un quadro che impone di agire con criteri diversi dal business as usual.

Ciascuno di questi temi richiede strategie e interventi che non possono semplicemente replicare le soluzioni del passato, neppure
quelle di successo. La cospicua dotazione finanziaria per il patto europeo sulla crescita verde ha monopolizzato l’attenzione dei
commentatori.

Ma sarebbe un errore lasciar scivolare in secondo piano l’ambizione delle istituzioni europee di fondare la nuova strategia di sviluppo sulla consapevolezza delle implicazioni sociali della transizione. Tanto più che in tutti gli strumenti della futura programmazione comunitaria questa priorità è centrale.

Nel programma europeo per il 2021-2027, ora in fase di discussione, sia i fondi strutturali sia le risorse comunitarie per investimenti
assegnano un ruolo molto più importante che nel passato al consolidamento e allo sviluppo dell’economia sociale e, più in generale,
alle misure che favoriscono inclusione e coesione sociale.

Non è più un’attenzione distratta o marginale. Il «pilastro sociale» è parte integrante della strategia di rafforzamento della competitività.
Nelle aree più sviluppate e in quelle in ritardo.
La concretezza di questo impegno emerge dalla creazione di una «finestra sociale» nel Fondo unico per gli investimenti (InvestEu), che riprende e amplia l’esperienza del Piano Juncker, e dall’aggregazione all’interno del nuovo Fondo sociale europeo (Fse+) di una serie di strumenti per l’attuazione dei diritti sociali, prima frammentati e oltremodo complicati.

Le cifre sono ancora oggetto di negoziazione, ma si prevedono comunque superiori rispetto al periodo 2014-2020.
Si tratti di investimenti o di contributi a fondo perduto, di strumenti a gestione diretta UE o a gestione indiretta, questa nuova strumentazione ruota attorno a due capisaldi: una semplificazione degli interventi, tramite accorpamento di misure e fondi, e un maggiore spazio alle diverse forme di economia sociale.

Ovvero alle forme di impresa che perseguono obiettivi di massimizzazione dell’utilità sociale, e che creano occupazione dignitosa mentre agiscono con finalità civiche e solidaristiche.

Si tratta di scelte importanti,ma perché siano anche efficaci devono calarsi nelle programmazioni nazionali.
L’Italia deve ancora definire i propri programmi. C’è spazio dunque per recepire questi nuovi orientamenti. Traducendoli in iniziative
in grado di superare la frammentazione e la mancanza di visione d’insieme, ostacolo più impervio a un utilizzo efficace delle risorse.
Il tempo non è molto e l’occasione non va persa. Per riuscirci governo e Terzo settore sono però chiamati a cambiare passo.

Gianluca Salvatori