4/02/21

Nessuno vince agli economic Hunger Games

art. 41 Cost.L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.”


Chi di noi non ha mai visto un film post-apocalittico in cui l’egoismo umano, portato agli estremi livelli, determina un progressivo deteriorarsi del tessuto collettivo sociale fino all’affermazione di mondi distopici in cui si organizzano olimpiadi di sopravvivenza a suon di morte, dittature di uomini bianchi che schiavizzano ancelle per portare in grembo i loro bambini o ancora distopie in cui è la tecnologia, sfuggita di mano ai suoi inventori, a far da padrona e a dettare le nuove regole del gioco?

Si tratta di solito di mondi in cui – quantomeno nelle idee romanzate di scrittori e registi, che non ci risparmiamo una più o meno grande dose di moralismo – la disattenzione o l’egoismo di pochi portano la società a conseguenze inaspettate e all’affermarsi di una nuova quotidianità in cui la regola del “che vinca il più forte” torna alla ribalta e i valori democratici si annientano.

Senza arrivare a parlare di apocalissi tecnologiche, naturali o di zombie, una cosa è certa: quei film mettono in luce la potenziale fragilità della democrazia in contesti in cui gli interessi dei singoli non sono complementari, non si confrontano e non si modellano con l’idea di un bene comune.

La nostra Costituzione, all’articolo 41, sceglie un modello di sviluppo economico basato sull’economia di mercato, riconoscendo, tra gli altri, come principi fondanti della nostra società quello di proprietà privata e di libertà di iniziativa economica. I presupposti di tale modello sono, da un lato, la libertà dei singoli privati di dedicarsi alla produzione e allo scambio di quanto necessario per soddisfare i bisogni materiali della collettività e, dall’altro, la libertà di competizione economica fra imprese, basata su scelte ispirate alla logica del proprio tornaconto personale (il famoso massimo guadagno). Tali libertà, essendo quindi strumentali alla realizzazione del benessere collettivo, devono essere coordinate e controllate da interventi pubblici.

Il secondo comma dell’art. 41 della Costituzione prevede, poi, che l’iniziativa economica non possa svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da arrecare danno alla sicurezza (sul lavoro, ma anche ambientale, pubblica, ecc.), alla libertà (intesa nelle sue diverse forme: personale, religiosa, sindacale, contrattuale, ecc.) e alla dignità della persona umana. Nel parlare di utilità sociale, però, la Costituzione non offre alcuna definizione in tal senso.

I grandi nomi del diritto commerciale definiscono l’impresa come un “fenomeno essenzialmente egoistico”. Se questo è vero, ciò che viene da chiedersi, in riferimento all’art. 41, è come e se sia possibile una convivenza tra il fine puramente egoistico delle imprese, da una parte, e il principio di responsabilità sociale, dall’altra.

In quanto uomini, facciamo parte della specie animale e perseguiamo fini egoistici per la nostra stessa sopravvivenza. Se vogliamo dirla con Hobbes, seguendo il nostro istinto di conservazione, diamo ascolto al nostro strutturale egoismo persino quando ciò significa nuocere gli altri.

Ma siamo sicuri di essere solo questo?

Forse ci convince di più l’idea aristotelica secondo cui l’uomo si differenzia dagli altri animali per la sua natura sociale.

L’uomo, certo, è un animale, ma è un animale “politico” che, in quanto tale, ha bisogno di confronto e di rapporto con gli altri. Si struttura in società e dà vita ad organizzazioni per poter raggiungere obiettivi che singolarmente non riuscirebbe a perseguire.

L’art. 41 Cost. afferma che l’iniziativa economica è libera e guai se non fosse così. Il libero mercato, la libera concorrenza, così come la competizione, sono una molla per la produzione, per il miglioramento continuo dell’impresa, esattamente come il confronto e il dialogo sono essenziali per la crescita di sé.

Bisogna fare attenzione, però, a non giustificare ogni atteggiamento delle imprese alla luce della concorrenza. Come tutti i diritti, anche quello dell’iniziativa economica privata richiede un bilanciamento con altri interessi quali ad esempio la salute, l’ambiente, la dignità della persona umana, la sostenibilità ecc.

Garantire un’iniziativa economica libera, così come previsto dall’art. 41 Cost., implica anche la salvaguardia di una certa dose di quell’egoismo strutturale che, in quanto uomini, ci caratterizza, ma non può ridursi a questo. Il mercato, l’economia, non possono assecondare un far-west senza regole, in cui ancora una volta vince solo il più forte, come nei film apocalittici e distopici che dicevamo prima. Dante direbbe: “Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”.

Ecco che, in questo contesto, la solidarietà è fondamentale, la responsabilità civile un impegno da cui non solo non possiamo sottrarci, ma, a ben vedere, non ci conviene neanche farlo.

Tutelare e garantire interessi generali come la sostenibilità e la salvaguardia dell’ambiente porta, senza dubbio, un beneficio all’intera collettività. Non è spaventoso, per fare un esempio, che soltanto grazie ad una pandemia globale sia avvenuta una così drastica riduzione di CO2? Anche la dignità della persona umana rientra tra gli interessi con cui occorre bilanciare l’iniziativa privata. La dignità umana va tutelata contro gli abusi dei datori di lavoro che sono, in alcuni contesti, meramente psicologici, ma in altri addirittura (ancora) fisici.

Pensare alla solidarietà, dunque, fa bene alla collettività ma, in un’ottica di lungo periodo, anche alla vita dei singoli attori del privato. Un’impresa che spreca meno è un’impresa che massimizza il proprio profitto. Un’impresa che salvaguarda l’ambiente, tutela anche la salute della sua forza lavoro. Una società in cui si investe sul benessere psicofisico dei lavoratori, è una società in cui si produce non solo di più, ma meglio, in cui si permette a ciascuno di trovare il proprio giusto compromesso tra vita lavorativa e vita privata.

Non si può più parlare di progresso materiale se non si cerca di perseguire uno stile di vita più sostenibile per tutti. Chi guarda il dito e non la luna, non riesce a cogliere i vantaggi che i comportamenti virtuosi possono avere, attraverso la collettività, su ogni singolo cittadino.

Quello che inizia come un fenomeno egoistico – la libera iniziativa economica privata – se considerato in termini complementari al fine di “utilità sociale” previsto dalla Costituzione, può essere osservato come un mezzo per perseguire un vantaggio anche per se stessi.

Forse è arrivata l’ora di rispolverare nuovamente l’idea di prendersi cura dell’altro, del proprio pianeta, di sé e di assumersi le proprie responsabilità in tal senso.

Per dirla con Antoine de Saint-Exupéry – ci perdonerete il riferimento forse semplicistico – “i baobab, prima di diventar grandi, cominciano con l’essere piccoli”. Le crisi (di valori, di democrazia, ambientali), prima di diventar grandi, cominciano con la disattenzione, con la mancanza di cura. Siamo ancora in tempo, forse, per sradicare i nuovi baobab. Facciamoci furbi.

Costitu-zone è una rubrica a cura di: Paola Dabbicco, Giovanni Miccolis, Lorenzo Nencini e Francesca Rotolo.

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