18/09/20

Parola da salvare: contagio

di Federico Baccomo

Per anni i termini legati alle epidemie sono stati utilizzati nel linguaggio comune, finendo per acquisire un significato negativo. Prendiamo la parola contagio. Una parola di cui abbiamo – forse – abusato, in questi ultimi mesi.
E se invece di rabbrividire al solo udire questo termine, provassimo a leggerlo, anzi viverlo con positività?
E se provassimo a contagiarci di umanità?


Prendiamo un vecchietto, un uomo della provincia di – ipotizziamo – Piacenza, uno che per tutta la vita ha lavorato al suo negozio di alimentari (c’è ancora, anche se ora la fantasia ce lo fa visualizzare gestito da due fratelli pakistani). Il nostro vecchietto – immaginiamo – ha una moglie, che oggi fatica un po’ a camminare per una brutta malattia da cui però si sta riprendendo, il dottore è fiducioso.

Ha anche – continuiamo nelle nostre ipotesi – due figli e una figlia, ragazzi venuti su bene, solo uno gli ha dato qualche grattacapo, una volta è tornato a casa accompagnato addirittura dalla polizia, ma oggi possiamo dirli sistemati, professionisti rispettati con una bella famiglia (il nostro ipotetico vecchietto ha faticato un po’ ad accettare il matrimonio del primogenito: ha sposato – ecco una sorpresa della nostra immaginazione – un altro uomo, ma il vecchietto, superato lo shock, oggi può dire, senza finzione, che è fiero di lui, ed è felice della sua felicità).

Insomma, è un bravo cristo il nostro vecchietto, ha tutte le contraddizioni e le debolezze che ogni uomo si porta dentro. Ma amici e conoscenti son pronti a giurare sulla sua onestà e bontà d’animo.

Ma allora perché, una mattina di marzo, si affaccia dal balconcino a gridare: «Bastardo assassino!» a un impiegato di un’agenzia di assicurazioni che sta facendo una corsetta per cominciare bene la giornata? Perché si guarda intorno per vedere se ha qualcosa a portata di mano da lanciare contro il povero impiegato che sta accelerando per levarsi di torno? È impazzito forse?

No, ha paura.

Paura del contagio.

Niente, non il riscaldamento globale, non la mattanza negli allevamenti intensivi, non lo sfruttamento della manodopera, non le selvagge speculazioni finanziarie, non i flussi migratori; niente l’ha mai spaventato tanto da trasfigurarlo in quello che è ora, giudice supremo del bene e del male, una bestia in gabbia che ringhia al prossimo. Improvvisamente, il mondo, che è qualcosa che lo riguarda saltuariamente, confinato com’è nei titoli sparati a caso sui quotidiani, il mondo è arrivato fin lì, nella provincia di – che cosa abbiamo detto? – Piacenza.

Il contagio.