20/01/21

Parola da salvare: utilità

Cos’è utile e cosa, invece, non lo è? Che sfumatura ha preso questa parola, quando la utilizziamo? Forse per riuscire a ridarle il lustro che merita dobbiamo tornare a rimboccarci le maniche, tornare a renderci “utili”.

di Federico Baccomo


Il linguaggio è cannibale, non fa che mangiare sé stesso. Salta addosso alle parole, le rosicchia, strappa morsi di significato e sputa l’osso di nuove definizioni.

Non c’è una sola voce nel vocabolario che possa dirsi al riparo da questo processo di digestione – e dunque di trasformazione – continua: ciò che un tempo era insulto può diventare rivendicazione, e viceversa, ciò che un tempo suscitava fiducia può improvvisamente muovere diffidenza.

È quello che è successo alla parola utilità: com’è possibile che un concetto così inequivocabilmente positivo abbia cominciato a destare sospetti?

L’utilità come profitto, l’utilità come tornaconto, l’utilità come indicatore di sfruttamento: una lenta discesa che ha portato una parola luminosa a vestirsi di ombre nuove. Sia chiaro, non si vuole affermare nulla di pregiudizialmente ostile nei confronti delle normali dinamiche economiche, ma dal fondo di questi tempi complicati, in cui il comandamento della crescita e la rincorsa miope al guadagno hanno precipitato l’umanità dentro sfide che appaiono sempre più soverchianti (non più soltanto la tenuta del sistema capitalistico o l’abisso che si è aperto tra le ridotte sacche di ricchezza e quelle enormi di povertà, ma anche gli stravolgimenti climatici, per non parlare dell’attualissima pandemia figlia dei nuovi squilibri ambientali), dal fondo di questi tempi ecco che le sfumature economiche del concetto di utilità gli hanno disegnato intorno un’aura sinistra.

Eppure, paradossalmente, proprio in forza di queste sfide enormi che ci aspettano, è dalla parola utilità che potrebbe essere opportuno ripartire per trovare nuovi paradigmi di condotta. Chi non si è mai sentito apostrofare con quella frase che sembra capace di superare ogni distanza temporale (siamo pronti a scommettere che ogni essere umano – i fenici, come i maya, i greci come i romani – se la sia sentita rivolgere almeno una volta), ovvero: «Perché non ti rendi utile? Perché – invece di poltrire, polemizzare, cincischiare, criticare, perder tempo, eccetera – non ti rendi utile?»

Ecco, probabilmente il modo migliore per salvare questa parola, utilità, restituendole un po’ di quella polpa che i dizionari di economia e finanza le hanno a poco a poco smangiucchiato, è tutto qui: rendersi utili.

Questo vale a dire smettere di pensare che il grado di utilità di qualcosa o di qualcuno debba essere misurato nei termini del vantaggio che ne possiamo trarre noi, ma saltare dalla parte opposta dell’equazione: misurarlo secondo il vantaggio che noi, proprio noi, in prima persona, attraverso le nostre mani e il nostro pensiero, siamo in grado di offrire agli uomini, agli animali, alle piante, al mondo tutto.

Niente di più faticoso, certo, si tratta di un capovolgimento di prospettiva che butti alle ortiche, una volta per tutte, quella curiosa teoria, a parole superata ma mai definitivamente abbandonata, che assicura la bontà economica dell’atteggiamento egoista, nell’ipotesi mai dimostrata che la massima soddisfazione personale finirà per condurre inevitabilmente alla massima soddisfazione sociale.

Purtroppo (ma è davvero purtroppo?) le cose non stanno così. Forse – ce ne stiamo rendendo conto con leggero ritardo – la spinta ombelicale ha sollecitato un po’ troppo le nostre schiene, e oggi, per impedire che si spezzino, è urgente smarcare il concetto di utilità da ogni tentazione singolare, ripensandolo nell’ottica di un’architettura plurale.

Difficile? Difficilissimo. Utile? Non possiamo immaginare quanto.

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