Se la DAD diventa SAD | Alessandro D’Avenia su CIVIC 6

«La scuola non è caricare contenuti online e verificarli a distanza, sennò avremmo già messo la scuola su YouTube da un pezzo. Non lo facciamo perché crediamo che la scuola sia la relazione viva tra maestro e discepolo e tra i discepoli». Ne è convinto Alessandro D’Avenia, scrittore e insegnante appassionato, testimone della scuola in pandemia.

Serena Scarpello dialoga con Alessandro D’Avenia

Alessandro D’Avenia non è solo uno scrittore e un ottimo insegnante, ma è un gran aggregatore sociale. Ho avuto il piacere di vedere un suo spettacolo a teatro qualche anno fa e non solo ho apprezzato la sua capacità di creare empatia con il pubblico, ma ricordo esattamente ogni emozione che era riuscito a trasmettere. Alla fine dello spettacolo aveva lanciato un gomitolo rosso in platea chiedendo a tutti di farlo arrivare fino in fondo all’ultima fila. Un gesto semplice con il quale era riuscito a creare una rete che univa lui con tutti noi spettatori.

E proprio l’importanza delle relazioni rappresenta la chiave, come ci ha raccontato in questa intervista, per non perdere quel senso di aggregazione che la scuola deve assicurare sempre, nonostante le circostanze.

L’educazione è fatta per “promuovere” e non per “rimuovere”. Agli studenti è stato in qualche modo rimosso uno spazio di vita essenziale con la Dad. Sarà possibile recuperarlo?

«A farci invecchiare ci pensa la natura ma a maturare dobbiamo pensarci noi. Morire è un dato di fatto, diventare uomini è una scelta. Quindi sarà possibile recuperare “vita” nella misura in cui si deciderà di farlo. Che cosa significa questo? Che devo sapere che cosa è la vita. I ragazzi avranno perso pezzi di programmi e questo si può sempre recuperare perché per quanto importante non è l’essenziale: le materie sono necessarie nella misura in cui ampliano lo spazio di vita in cui crescere. 

Ma questo dipende da quanto gli adulti che li guidano sanno rendere quello spazio uno spazio vitale: materia per crescere. Quindi il punto non è la Dad ma se il rapporto maestro discepolo era o non era generativo. Le relazioni o sono generative (fanno crescere) o degenerative (fanno de-crescere). Se la relazione è buona i ragazzi crescono siano in Dad sia in presenza, perché chi li guida saprà inventare modi per tenere aperto lo spazio di crescita, anzi sfrutterà la Dad come occasione per esplorare nuovi territori. 

Quindi recupereremo nella misura in cui daremo a questi ragazzi quello di cui hanno sempre avuto bisogno: un aiuto per farli crescere, e siccome sono denutriti gliene dovremo dare di più e in modo intelligente. Qui entra in gioco la creatività degli adulti, che però mi sembra paralizzata dall’ansia e dalla paura. Noi cresciamo nella misura in cui viene nutrito il nostro spirito e la maturazione può avere balzi in avanti inattesi: basta un amore, un lutto, un libro, un amico, una frase per attivare parti di noi ancora dormienti o ferite. Si tratta quindi di fornire più occasioni possibili per questo risveglio, soprattutto ora che i ragazzi sembrano narcotizzati. Quali saranno i “sali” per farli risvegliare starà a noi scoprirlo».

La socialità è uno dei pilastri fondamentali della scuola ma la Dad l’ha ridotta al minimo. Potevano esserci altre soluzioni per non annullare totalmente una socialità già messa a dura prova?

«Io la chiamo la Sad, dopo aver constatato gli effetti su di me e sui miei studenti, una paralisi interiore che porta i più fragili al panico, all’ansia, alla noia. Se la scuola fosse caricare contenuti online e verificarli a distanza (di tempo e di spazio) avremmo già messo la scuola su YouTube da un pezzo, ma se non lo facciamo è perché crediamo che la scuola sia la relazione viva – spirito e corpo – tra maestro e discepolo e tra i discepoli. Quindi bisognava mantenere modalità miste o ibride: presenza parziale per mantenere la relazione sempre viva. Ma siccome non si è voluto agire sul sistema (mezzi pubblici, doppi turni…) abbiamo sacrificato i ragazzi. Pensiamo a quanto tempo e soldi buttati dietro ai banchi: gli oggetti non sono mai la soluzione, le soluzioni sono le persone e gli oggetti servono a realizzarla».

 

Come scrivevi qualche tempo fa “a scuola non ci si va, ma ci si è, a patto che essa sia fondata su relazioni generative. Se ciascuno dà all’altro ciò di cui l’altro ha bisogno, la relazione rigenera le persone coinvolte e genera i cosiddetti beni relazionali, frutti specifici di una relazione”. Con la Dad il significato più profondo di scuola è andato perso?

«No, perché la Dad è uno strumento di comunicazione della relazione. Io ho fatto molti più colloqui a tu per tu con i ragazzi e con le loro famiglie da quando sono in Dad. Ma appunto questa è comunicazione (la relazione che sta a monte dello strumento) e il mezzo si trasforma così in azione comune. Se invece non c’è relazione la Dad non è strumento di comunicazione, ma di semplice trasmissione dati. La trasmissione non è comunicazione. La comunicazione fa crescere la vita, la trasmissione fa crescere le informazioni. Ma la relazione non è trasferimento di informazioni, bensì di vita. 

E questo lo conferma la scienza: il cervello si modella sulla base del genoma e dell’epigenoma, il primo è dato dal Dna, il secondo dall’ambiente, e il secondo influenza il primo tanto da poterlo modificare. Per intenderci se io dico “ti amo” a una persona il suo cervello non riceve solo un’informazione come 2+2= 4, ma sto comunicando un pezzo della mia vita a quella persona. La Dad è trasmissione quando non c’è relazione (do la lezione, do i compiti e ci rivediamo alla verifica: quello che io chiamo addestramento), invece c’è comunicazione quando c’è relazione (quello che io conosco e che mi ha cambiato la vita, lo porgo a te perché succeda anche a te: questo io lo chiamo orientamento).

 Dobbiamo ritrovare il nesso tra educazione e istruzione che sta nel fatto che ciò che insegno deve essere fecondo per la vita di chi insegna e di chi impara. Io se esco da una lezione senza aver imparato qualcosa so che quel giorno non ho insegnato niente, perché se i miei alunni sono rimasti inerti, vuol dire che non sono cresciuti».

In Italia solo il 12% dei giovani ha probabilità di arrivare alla laurea se i genitori posseggono la licenza media. Scendiamo al 6% se mamma e papà non hanno alcun titolo di studio. Questi dati testimoniano che “l’ascensore sociale” in Italia non funziona più e i ragazzi sono le vittime principali. Quali sono le contromisure che potrebbero far ripartire l’ascensore sociale?

«Come dimostra il libro di Fubini, La Maestra e la camorrista, in Italia “diventi quello che nasci” e questo è responsabilità della scuola così com’è oggi. Va rimesso al centro il rapporto maestro-discepolo, perché è solo la relazione buona che genera la conoscenza di sé stessi e quindi il desiderio di esplorare il mondo e il coraggio per farlo. Ci vuole un sistema che metta veri maestri a insegnare, che renda l’insegnamento un lavoro di una dignità tale che non sia più un secondo impiego, un lavoro di ripiego. Insomma ridare dignità a chi la scuola la fa: i maestri. È molto semplice: un frustrato può generare solo frustrati, un maestro innamorato di ciò che fa e dei suoi ragazzi, e che può viverci dignitosamente, genera uomini e donne autonomi e coraggiosi».

Foto di Scott Webb su Unsplash

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