Siamo ancora nell’età della pietra

Alla base di ogni disuguaglianza sociale ed economica vi è una disuguaglianza educativa. Perché è la possibilità di adattarsi all’ambiente a generare la fortuna (o la sfortuna) dell’individuo. Anche per questo la povertà per alcuni è un’”invenzione della civiltà”. Anche per questo possiamo fare molto. Evolverci, ad esempio.

di Camilla Baresani


In un saggio divenuto un classico, “L’economia dell’età della pietra“, l’antropologo culturale americano Marshall Sahlins sostiene che la povertà sia uno status sociale prima ancora che una conseguenza della mancanza di mezzi. La povertà dunque come “invenzione della civiltà”, causata dal mancato adattamento alle circostanze culturali e sociali dell’ambiente in cui si vive.

L’applicazione alla nostra contemporaneità di questo schema interpretativo ricavato studiando una società elementare come quella dell’età della pietra sembrerebbe artificiosa, eppure porta a una con­statazione che mi pare inoppugnabile: ossia che il nostro modello ideale di economia sociale deve prevedere anzitutto uno sforzo formativo radicale e continuo, che dia modo a soggetti influenti o svantaggiati di adattarsi alla nostra società dell’opulenza, dello sperpero, dell’innovazione tecnologica, della globalizzazione.

Ho letto che in una casa americana ci sono in media 300mila oggetti (inclusi i ganci per appendere gli asciugamani), mentre un bambino inglese di dieci anni avrebbe in media 238 giocattoli, pur usandone solo una dozzina. Quanto all’utilizzo della massa dei beni usa e getta prodotti nel mondo, il 12 per cento della popolazione di America del Nord ed Europa ne consuma il 60. Nel resto del Pianeta vivono infinite persone, una buona parte delle quali s’ingegna a migrare, perché non possiede lo stretto indispensabile.

Giocoforza ognuno di noi prova ad immaginare una società migliore, che includa nel suo percorso progressivo qualsiasi essere vivente, e nel farlo si trova anzitutto a risolvere un quesito di fondo. È più facile distruggere il modello economico in cui stiamo vivendo, e al cui sviluppo volenti o nolenti contribuiamo con ogni minima scelta quotidiana ­ foss’anche ordinare un libro su Amazon, il sushi con Glovo, o comprare un drone in un centro commerciale. ­

È più facile distruggere questo modello di vita, il che implicherebbe conflitti e rivoluzioni, oppure è più logico investire sulla possibilità di far accedere sempre più persone a un percorso formativo adeguato, che prepari al lavoro e alla convivenza sociale al meglio delle attitudini di ciascun soggetto?

Chiunque odi la violenza e gli spargimenti di sangue propende per imboccare decisamente la seconda strada. Istruzione e formazione continua ed accessibile, rivolta non solo ai giovani ma anche a quella crescente massa di persone adulte e magari con famiglia a carico che si trova a metà della propria vita a dover affrontare rivolgimenti di mercato, mutazioni di consumi, innovazioni tecnologiche.

Per far sì che la povertà non sia un’invenzione della civiltà, con una massa crescente di persone che non riesce ad accedere alle risorse disponibili, ai lavori richiesti, ai settori in via di sviluppo, è evidente la priorità di ricorrere non solo a sostanziosi investimenti pubblici, ma anche a donazioni, borse di studio e soprattutto a programmi formativi non polverosi, che abbiano la snellezza di adeguarsi a una società in continua mutazione.

Per esempio, con la massa di lavori (e di sogni) distrutti dalla pandemia di Covid­19, a quante persone sarebbe opportuno in questo momento poter offrire gratuitamente, immediatamente, una formazione alternativa che le porti a svolgere attività diventate utili all’improvviso?

La formazione serve a creare non solo persone adeguate a destreggiarsi nella contemporaneità, ma anche a creare una coscienza collettiva che aiuti a capire che i problemi di chi resta indietro diventeranno inevitabilmente i problemi di chi li precede.

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