9/11/20

Un settore che non vuole più essere Terzo

La sfida principale per l’Italia ed il Terzo settore? La capacità di affrontare problemi nazionali e il rafforzamento di una cultura del dono e fiducia nella collettività che ancora manca.


Sondaggi, barometri, analisi sociologiche. Sono davvero numerosi gli strumenti che hanno analizzato il senso civico in Italia e negli ultimi anni tutti hanno delineato una fotografia molto simile ma piuttosto contraddittoria: se la diffidenza verso lo Stato conferma una sfiducia che fa ormai parte dell’opinione comune, emerge anche una consapevolezza civile fai da te alimentata da volontariato, mobilitazioni spontanee e donazioni.

Un sentimento che tende a concentrarsi su ciò che è più vicino a noi – la famiglia, la scuola, gli affetti – e che allontana ciò che invece viene percepito come lontano: lo Stato, la politica, le istituzioni. Una tendenza che implica anche una consapevolezza riguardo al considerevole ritorno che possono avere le azioni positive dei cittadini anche per l’economia e che non sempre la politica riesce a intercettare e interpretare nel migliore dei modi.

Non si tratta di una novità.

Da sempre infatti il concetto di partecipazione e di condivisione fa parte dell’indole umana. Nonostante il noto motto hobbesiano “homo homini lupus”, per dare vita a una società il più possibile coesa, democratica e forte nelle sue fondamenta di uguaglianza e libertà, è fondamentale il terzo sostantivo fatto proprio anche dalla Repubblica francese: fratellanza.

Una fratellanza intesa non come un qualcosa che appiattisce e rende tutti uguali, privi di possibilità di elevare la propria condizione. Ma l’esatto contrario: una società che garantisca a tutti il poter avanzare, migliorare, grazie agli strumenti che la società nella sua complessità dà loro.

Alle spalle di tutto questo vi è un vero e proprio spirito di unione, di fiducia nella collettività, che ha la necessità però di essere educato e portato avanti per evitare che precipiti nell’egoismo, un sentimento che è un riflesso condizionato nel momento in cui ci si trova davanti alla paura di vedere ridotte le proprie possibilità.

Il senso civico si nutre e alimenta tutto questo. Lo anticipa e allo stesso tempo lo tutela quando la società attraversa un momento in cui la solidarietà e la partecipazione alla cosa pubblica sembrano smettere di avere senso.

Non è un caso che in situazioni di necessità collettiva si puntino i fari proprio sul ruolo centrale che il Terzo settore ha nello sviluppo di un paese. Uno sviluppo in cui è decisivo riconoscere il valore del bene comune attingendo alle risorse della società, al senso civico che, come dicevamo, può a volte perdersi, o anche solo diventare secondario rispetto ai propri interessi – come confermano le più recenti analisi sul tema.

Il nome stesso, Terzo settore, sancisce infatti un’identità concet­tuale specifica rispetto allo Stato e al mercato, e indica «il complesso degli enti privati costi­tuiti per il perseguimento, senza scopo di lu­cro, di finalità civiche, solidaristiche e di uti­lità sociale e che, in attuazione del principio di sussidiarietà e in coerenza con i rispettivi statuti o atti costitutivi, promuovono e realizzano attività di interesse generale mediante forme di azione volontaria e gratuita o di mutualità o di produzione e scambio di beni e servizi» (legge delega 106/2016).

La partecipazione e il senso civico dei cittadini italiani, spesso rappresentati da vitali realtà nate e operanti dal basso necessitano però di rilancio e supporto. Vecchi e nuovi bisogni si caratterizzano per una complessità che rappresenta un rischio per la tenuta del tessuto sociale, ma anche una grande opportunità per quei progetti nati spontaneamente e con un orizzonte ampio. La responsabilità civica ed inclusiva di una comunità è fondamentale per lo sviluppo di un paese così come, quindi, è centrale la manifestazione concreta di questo impegno.

Ecco perché non si può rinunciare a pensare strumenti nuovi e stimoli alle capacità del non profit.

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