23/09/19

Una nuova coesistenza civile

di Alfonso Fasano

Abbiamo il dovere di costruire una nuova cultura della solidarietà che vada oltre la pura erogazione e diventi vera e propria imprenditoria sociale. Fondazione Italia Sociale vuole raccogliere questa sfida, creando nuove connessioni tra tutti i tessuti della popolazione, tra gli individui e le realtà profit e non profit.

Cosa intendiamo esattamente quando parliamo di filantropia? L’analisi etimologica ci porta in uno spazio interpretativo decisamente ampio, le due parole greche originarie, philía e ànthròpos, significano rispettivamente “amicizia” e “uomo”. La loro unione, in pratica, può indicare qualsiasi sentimento e/o comportamento tangibile che tenti la realizzazione del benessere per la comunità. Questa incertezza non concerne solo la definizione della filantropia in senso assoluto, ma è anche un discorso che riguarda il tempo in cui viviamo, il contesto geografico e politico in cui siamo immersi, in cui utilizziamo un termine potenzialmente così vasto: sono tutti parametri che influenzano inevitabilmente la nostra idea riguardo il Terzo settore. È un discorso di necessità che cambiano, e che cambiano la percezione delle cose e della solidarietà: se la filantropia moderna si è sviluppata negli anni dell’Umanitarismo, a cavallo tra il Diciottesimo e il Diciannovesimo secolo – attraverso la costruzione di ospedali e scuole per l’alfabetizzazione, attraverso l’istituzione di numerose società benefiche, prime tra tutte quelle fondate nei Paesi Anglosassoni –, oggi le esigenze sono cambiate. Soprattutto nelle zone più ricche del pianeta, le richieste per il benessere della collettività si sono trasformate, si sono evolute. E allora è necessario che nasca e si sviluppi una nuova cultura filantropica, che possa farsi carico di queste urgenze moderne, di una società nuova, dal punto di vista economico e politico. Che possa provare a creare benessere in comunità differenti rispetto al passato, specchi più fedeli di ciò che è il nostro tempo.

In un articolo pubblicato circa un anno fa dal New Yorker, la giornalista americana Elizabeth Kolbert ha scritto: «Viviamo, si dice spesso, in una sorta di età dorata, in un’epoca di ricchezza stravagante e stravaganti manifestazioni di generosità. Negli ultimi quindici anni sono state create circa 30mila fondazioni benefiche private, e il numero di fondi raccolti dai donatori è quasi raddoppiato. Tante personalità dell’industria e dell’alta finanza hanno deciso di investire nella filantropia. È concreto il rischio che queste personalità possano acquisire un’indebita influenza sulla politica pubblica». Questo tipo di critica alla filantropia liberal, tipicamente americana ma anche tipicamente occidentale, è una spia sul cruscotto del Terzo settore. Non perché questo approccio sia da cancellare completamente, piuttosto indica nuove strade sul ruolo della filantropia nel mondo contemporaneo. La richiesta è chiara: è necessario che il Terzo settore dell’era moderna si basi su un coinvolgimento maggiore, più inclusivo, e su differenti obiettivi da raggiungere. È fondamentale che tutti gli strati della popolazione partecipino alle opere benefiche, una sorta di “nuova filantropia popolare” – uno dei primi obiettivi di Fondazione Italia Sociale, che si prepone di superare la filantropia di pura erogazione per creare una vera imprenditoria sociale. Perciò il passo successivo deve essere intercettare e comprendere i nuovi bisogni della comunità, a tutti i livelli: anche questi, ormai, vanno oltre il concetto di semplice redistribuzione delle risorse, perché il tessuto sociale italiano – e occidentale, in generale – è molto diviso su tematiche centrali nel discorso politico, ad esempio uguaglianza e accoglienza. La costruzione di un bene comune, che resta il primo dovere del Terzo settore, deve quindi partire dalla creazione di una nuova grammatica della convivenza, di una nuova modalità di intendere la filantropia partendo dalla coesistenza; è fondamentale la scrittura di un nuovo software della condivisione alla base del civismo attivo, una richiesta diventata urgente come e forse più della realizzazione dell’hardware, della costruzione di strutture fisiche e dei luoghi di aggregazione educativa e solidale.

Favorire e alimentare un’integrazione più profonda, più radicata, diventa una questione centrale dal punto di vista sociale, economico, culturale: secondo i dati dell’ultimo rapporto Istat sul Terzo settore, sette dipendenti su dieci del non profit sono donne; tre lavoratori su dieci hanno almeno una laurea triennale; più di otto su dieci sono a tempo indeterminato, e uno su due lavora part-time. La sfida della filantropia moderna è quella di migliorare l’eterogeneità di questi numeri, di espandere la partecipazione, di rendere ancora più inclusivo il modello di solidarietà attiva. L’ambizione da inseguire è la creazione di connessioni più strette e più solide tra strati diversi del tessuto socioeconomico: sarebbe il percorso giusto per rispondere alle perplessità sulla filantropia vista e percepita come un sistema chiuso ed elitario, aperto solo a poche grandi personalità e istituzioni. Gli stessi concetti espressi da Elizabeth Kolbert sul New Yorker sono stati ripresi da Edgar Villanueva – membro della Lumbee Tribe of North Carolina e autore del libro Decolonizing Wealth: Indigenous Wisdom to Heal Divides and Restore Balance – in un’intervista rilasciata al New York Times nel novembre 2018: «Molto spesso, i finanziatori delle fondazioni benefiche inviano il loro contributo e chiedono degli opuscoli per capire come verranno investiti i loro soldi, per conoscere la destinazione d’uso della loro generosità. Per me è una situazione molto triste, perché la cosa migliore che può capitare a chi vuole fare solidarietà è essere partecipe, entrare dentro una comunità che non gli appartiene, sedersi alla tavola delle persone che sono in difficoltà, aprire il cuore per donare ma anche per ricevere, per entrare in contatto con le persone che hai deciso di aiutare. È fondamentale coltivare questo tipo di scambi».

Fondazione Italia Sociale ha compreso questo scenario, e ha già iniziato a costruire un nuovo tipo di cultura filantropica: le adesioni al nuovo progetto sono già 17, dal mondo profit e non profit, e parliamo di aziende multinazionali, università, fondazioni culturali e sociali, banche, editori, studi professionali e società di consulenza. Una rete già molto vasta e variegata, da cui partire e su cui investire per dare un nuovo, ulteriore impulso al Terzo settore. Secondo l’ultimo report 2013 dell’Enrop (European Research Network on Philanthropy), citato anche  dal Sole 24Ore, il nostro Paese muove circa 8,2 miliardi di euro in donazioni – 7,2 dai privati e uno dalle imprese. Queste cifre permettono all’Italia di essere al secondo posto nell’Unione Europea per contributi dei privati, dietro al Regno Unito (16,4 miliardi), e al quinto posto dei Paesi in cui le imprese erogano più risorse con finalità filantropiche dopo Germania (11,2 miliardi), Francia (2,8), Regno Unito (2,7) e Paesi Bassi (1,4). Insomma, esistono delle solide basi perché in Italia possa essere costruita una infrastruttura civica nuova, moderna, fondata sull’inclusione e sulla convivenza, oltreché sulla solidarietà attiva. È lo spirito della filantropia moderna, è l’obiettivo di Fondazione Italia Sociale: porsi come motore di aggregazione tra istituzioni, enti, imprese e cittadini che si impegnano nel sociale, che vogliono portare il Terzo settore al centro del discorso economico del Paese, ancora più di quanto non lo sia già.

Una delle nuove soluzioni per realizzare questa società coesa e inclusiva, che si prenda cura delle persone e della comunità accanto all’azione dello Stato, sono i Fondi operativi, filantropici e di investimento: sosterranno progetti sociali diffusi, replicabili sull’intero territorio nazionale, trasversali a tutti i settori del tessuto sociale. Ecco, quest’ultimo è il concetto fondamentale: il Terzo settore deve creare un nuovo civismo in grado di rinsaldare i legami tra cittadini, istituzioni e corpi intermedi, deve fornire gli strumenti adatti perché le pratiche sociali coinvolgano tutti gli attori. Senza differenze, senza distinzioni. Da queste connessioni interne parte il nuovo, necessario consolidamento delle fondamenta democratiche dello Stato. Da qui parte il nuovo progetto di Fondazione Italia Sociale: alimentare insieme cultura filantropica e filantropia attiva. Perché la solidarietà può nascere e esprimersi solo nella conoscenza, nella convivenza, nella condivisione.